giovedì 22 marzo 2018

L'editor, c'è uno spettro nell'editoria


Ci sarà una ragione se l’opera letteraria è la sola attività creativa che preveda la figura dell’editor. Nessuno scultore o pittore, né un fotografo, si vede mai ritoccare da altri il proprio lavoro prima di una mostra: e ciò per un accettato principio di intangibilità dell’originale.
Nemmeno nella saggistica succede, se non per la correzione di dati storici e oggettivi, che un testo venga sottoposto a revisione stilistica, giacché i termini, a differenza delle parole, richiamano concetti che, come voleva Leopardi, si addicono alla scienza e non alla poetica. Succede invece nel romanzo che, soprattutto in Italia, invalga la vecchia teoria crociana per cui la forma conta più del contenuto e che l’editore propenso alla pubblicazione debba sentirsi in diritto e in dovere di fare rivedere il romanzo a propri fidati collaboratori che siano incaricati di migliorarlo col renderlo più mass-cult, nell’assunto che un romanzo sia più vendibile quanto meno appaia difficile.
Tra chi ritiene indebita questa ingerenza, esercitata ai fini di una maggiore leggibilità, e chi nell’editing vede, al contrario, un contributo offerto all’autorialità, ci può stare un Vittorini o un Calvino che, pur imbevuti, soprattutto il primo, delle illecebre della perdurante prosa d’arte del tempo, subordinavano la pubblicazione di un romanzo all’accoglimento dei suggerimenti che per iscritto rivolgevano all’autore, senza però impadronirsi del testo e intervenire in taglio, cosa che oggi è diventata la regola. Io, per un romanzo uscito da Sellerio, me la sono dovuta vedere con un editor tanto bravo quanto invadente (più che invasivo) al quale, sul perché un mio personaggio si comportasse in un modo per lui non conducente, risposi infine come fece Camilleri a chi gli chiese della condotta di Montalbano: “Bisogna domandare a lui”.
L’editor che non si limiti alla correzione delle bozze e a ricercare errori materiali pur anche diegetici e che invece di lavorare alla coerenza del testo si impegni in un programma di coercizione, cosa che comporta l’esautoramento dell’autore, è un ri-scrittore che, come ogni traduttore, rifà e tradisce lo scrittore. Così è successo platealmente per “Terra matta” di Vincenzo Rabito, portato in libreria solo per metà e con un editing che ne ha snaturato lo spirito originario. Capitò anche a me quel manoscritto ancora sconosciuto e mi rifiutai di metterci mano perché ero dell’idea che se non fosse stato possibile pubblicarlo integralmente sarebbe stato meglio lasciarlo in un cassetto o farlo uscire a puntate nei modi di un feuilleton. Scelte editoriali, s’intende, che però non trovano mai il favore degli autori. I quali non hanno altra possibilità che di mettere la propria opera in mani altrui, sapendo di affrontare uno stato di disagio e di dispetto di cui nessuno si rende in verità conto.
Per Evelina Santangelo, intervenuta sull’Espresso, l’editor coopera anche alla letterarietà di un testo, ma manca di considerare che la letterarietà è il corrispettivo delle impronte digitali. Chiunque sarebbe stato spinto a eliminare da Celine i suoi ossessivi puntini di sospensione, come ad aggiungere a Saramago la punteggiatura o consigliare a Camilleri di non servirsi del dialetto, a Joyce di moderare il suo flusso di coscienza e a Proust di accorciare i periodi, ma sicuramente non avremmo avuto nessuno di loro così come li conosciamo.
Un conto è valutare un romanzo e decidere se pubblicarlo o meno, un altro è pretendere di emendarlo più o meno in profondità e sostituirsi all’autore, anche solo in una parola: costume questo consolidato, a meno che non si tratti di autori di successo ai quali nessun editor si sognerebbe di modificare una virgola nel sacro scrupolo di mantenerne l’autenticità, vista giustamente come un valore annesso e vocazione congenita di una disciplina, quella filologica, ormai fuori corso. Pubblicando un racconto inedito di Camilleri, mi potei permettere di modificare una parte dove in Sicilia correva un treno molti anni prima che la storia glielo portasse. Si trattò in quel caso di una distrazione, solo in presenza della quale, come di altre contingenze analoghe, l’editor (che non è il mero correttore) può svolgere in pieno le sue funzioni. Diversamente è una figura di disturbo e di turbativa. “Incantabis”, com’era chiamato il vecchio Arnoldo Mondadori, attese decenni che Stefano D’Arrigo completasse il suo “Horcynus Orca” e quando finalmente lo ebbe, dopo tante pressioni personali, l’autore lo bloccò di nuovo nel proposito di modificare dappertutto il verbo “prendere” con “pigliare”. Quando anche questa modifica fu fatta, l’editore mandò il mega-romanzo in tipografia, giustamente convinto che non potesse contenere una sola parola modificabile un testo riscritto per venticinque anni. Non ci furono editor che si misero in mezzo. Né sarebbero stati di qualche utilità la volta in cui Elvira Sellerio non riuscendo a capire perché un giallo di Camilleri le apparisse incongruo lo rilesse tante volte finché non trovò un personaggio morto-vivo, scoperta che fu dunque frutto dell’intuizione di un editore attento che, come dovrebbe fare ogni editore, legge le opere da sé. La proliferazione dell’attività editoriale ha reso in molti casi necessaria una figura, il lettore, che si sostituisce, a contratto stipulato, come editor all’editore e si prefigge di migliorare il romanzo, con interventi che possono portare a riscriverlo. L’effetto è quello che si è avuto quando si seppe che “La solitudine dei numeri primi” era stato fatto oggetto di un editing così massiccio che molti lettori dovettero rivedere l’opinione su Paolo Giordano, nel sospetto che il suo talento fosse stato il risultato di un lavoro collegiale altrui.
Scegliere di leggere un autore significa condividere anche i processi di formazione del suo romanzo, mettendo a bando retaggi strutturalistici che ancora oggi tuttavia resistono e che autorizzano gli editori a trattare il testo indipendentemente da chi l’abbia scritto. Per il gioco di queste logiche, un autore che tenga una “lectio magistralis” può essere certo di non dovere sottoporsi ad alcun esame preventivo, ma se il suo stesso discorso, magari registrato, viene destinato alla stampa ecco che appare ineluttabilmente lo spettro dell’editor. Che comunque ogni autore ha già per conto suo. Come Tolstoj che faceva leggere i suoi romanzi prima alla moglie, pronto a tornare sul testo, oggi operano moltissimi autori che non esitano a dare anche conto nelle gratulatorie degli apporti di parenti e amici. Un editing viene già compiuto quindi in casa dell’autore. Un altro è poi disposto in casa editrice. Con la differenza che gli “editor” di famiglia stanno senz’altro dalla parte dell’autore mentre quelli di mestiere agiscono in vista di un riconoscimento dell’editore e mai riterrebbero che un romanzo non richieda alcun intervento perché ne pronosticherebbero un successo a scapito del proprio nome.
Dice tutto Evelina Santangelo quando ammette da editor che il suo lavoro è quello di mettersi in ascolto del testo e che, se così non fosse, pubblicherebbe sempre lo stesso libro. Il punto è proprio questo: che in realtà non è l’editor a pubblicare ma l’autore. La vera dote dell’editor è piuttosto di assicurare al lettore che leggerà quanto ha scritto il solo autore, parola dopo parola. E se proprio un intervento dell’editore e del suo dispositivo correttivo è inevitabile, sia allora riconosciuto al lettore il sacrosanto diritto, come per i prodotti da banco, di essere informato circa le percentuali di correzioni, editing e ghost writing presenti nell’opera. Invece si perpetra l’inganno fino in fondo: le indicazioni relative agli interventi editoriali vengono omesse perché il lettore creda di leggere interamente un autore. Il quale è del resto contrario, per ovvie ragioni di dignità, a fare riportare altri nomi accanto al suo. Preferisce essere creduto l’unico artefice, contando su una riservatezza nella quale gli viene fatto ogni torto e che in definitiva appare un raggiro dei lettori.