sabato 24 novembre 2018

La "Sistina" fantasma di Caltagirone



Il nome del santo fondatore degli Zoccolanti non ha portato alcuna “bona ventura” né al quartiere di Caltagirone che ne prende il nome né alla chiesa omonima oggi chiusa, quartiere e chiesa uno spopolato e l’altra in attesa (insieme con l’annesso convento) di interventi di restauro.
I fondi potrebbero arrivare dal Fai e dal Mibact se il seicentesco complesso, in parte sopravvissuto al terremoto del 1693, otterrà entro febbraio i voti necessari per qualificarsi tra i primi tre “luoghi del cuore” italiani. Qualche piccola speranza c’è, dal momento che la chiesa figura nelle votazioni online al dodicesimo posto, seconda in Sicilia solo al fiume Oreto. Una chiesa che è una sorpresa e che appare inaspettata a una curva in salita lungo Via Bonaventura, simile a una cattedrale nel deserto. Proprio una cattedrale in realtà non è, perché il prospetto tradisce un gusto neoclassico spoglio ed elementare appena tentato da vaghi elementi di barocco siciliano e ornato solo di due pannelli in ceramica raffiguranti S. Francesco d’Assisi e la Madonna della salute; però il deserto c’è tutto giacché, superata la chiesa, il rione si rivela largamente in rovina, regno di topi e scrigno di una memoria storica dimenticata dal presente. 
Ma provate a entrare nella chiesa, sempreché la fortuna o la buona ventura ve la faccia trovare aperta, e vi sembrerà di entrare, guardando il presbiterio, in una “piccola Sistina”: delle 45 chiese che Caltagirone conta, nessuna è altrettanto ricca di opere d’arte né così decorata e rifinita. Sta perdendo pezzi, però ha recuperato quello più pregiato: la pala d’altare del santo eponimo, trafugata alla fine degli anni Ottanta e ritrovata lo scorso anno, adesso in attesa che la curia la riporti al suo posto, sull’altare maggiore dove troneggia intanto un dipinto di Cristo risorto. Fatta la cattiva esperienza, la statua della Madonna del Gagini è stata trasferita al Museo diocesano sicché in chiesa vedrete una copia, ma il resto è autentico e trasuda tempo remoto: del Cinquecento come il Gagini è il crocifisso ligneo di frate Umile da Petralia, del primo Seicento il pavimento piastrellato di ceramica, del Settecento gli affreschi di Paolo Vasta e la custodia lignea del sacramento. Uno spettacolo di marmi, stucchi e affreschi conduce dalle cappelle al presbiterio sormontato dalla volta a trompe l’oeil che dà uno straniante effetto tridimensionale e dove il rivestimento dell’altare maggiore offre un esempio tipico del Cinque-Seicento di arte della scagliola, marmo finemente intarsiato misto a quello duro. 
Non mancano per soprammercato gli elementi di curiosità di tipo esoterico, più che altro da scovare: i due vasi fittili sulle volute esterne decorati con meandri presenti anche in alcuni vasi dell’interno e nel portale della facciata, a evocazione forse di richiami greci e perciò classici, una insistita ricorrenza del colore rosso nelle tele e nelle sculture, ma soprattutto il dipinto raffigurante uno degli arcangeli decaduti, Uriel, l’angelo-demone chiamato Phanuel e bandito dalla Chiesa, detto “fuoco di Dio”, riconoscibile per l’attributo del dardo infuocato in mano e l’armatura argentea: presenza davvero inquietante, ma bilanciata da una icona con la scritta “Quis ut deus” che è propria dell’arcangelo canonico Michele. 
Quanto all’attiguo convento, fino a vent’anni fa carcere, è chiuso e inaccessibile. Quei pochi che sono riusciti a entrare hanno visto il chiostro murato e uno stato generale di ammaloramento forse irrecuperabile. I muri sono stati tutti imbiancati ricoprendo stucchi e preziosi affreschi, che potrebbero tornare alla luce solo con una costosa opera di ripulitura Non è visitabile, ma rimane l’attrazione data dall’angusta stradina che, separando la chiesa e il convento, fu aperta al tempo della confisca dei beni ecclesiastici e della istituzione del carcere. E rimane perciò l’immaginazione di un tempo in cui i frati francescani riformati animarono un fervente complesso monumentale che i nobili calatini amarono con vera devozione se alcuni di loro vollero affidare alla chiesa le loro spoglie. Anche il pittore Francesco Vaccaro, autore di alcune opere realizzate nella navata, scelse il riposo eterno nel tempio che dominava dall’alto la città. Nessuno poteva prevedere la mala ventura che oggi vi incombe.

Articolo pubblicato il 23 novembre 2018 su la Repubblica-Palermo