domenica 30 novembre 2008

L'inchiesta di Dolci sotto forma di racconti


uscito su La Stampa il 29 novembre 2008

La ripubblicazione presso Sellerio di Racconti siciliani (crestomazia di testimonianze dal vivo già apparse in precedenti raccolte chiamate «inchieste») rinverdisce, a undici anni dalla morte, la straordinaria vicenda di Danilo Dolci, un istriano che – trapiantato in Sicilia – ha interpretato e rivelato, quasi sessant’anni prima di Roberto Saviano, la sua «Gomorra», l’entroterra palermitano concentrato su Partinico, o meglio sulla borgata di Trappeto, che in Esperienze e riflessioni diventa il microcosmo dell’umanità: «Più mi si chiariscono i problemi di Partinico, meglio mi si chiariscono le vicende del mondo», scrive della sua Casal del Principe postbellica. 
Raccogliendo dalla gente più misera quelle che chiama «voci», lasciate liberamente a esprimersi in un esercizio da lui stesso definito di «autoanalisi popolare di gruppo», appena registrate e trascritte nella resa di una parlata mimetica e nei giri sintattici del dialetto borghese, Dolci ricostruisce un decennio, gli anni Cinquanta, segnato in Sicilia dalla strenua lotta per la vita: gli scontri tra braccianti e agrari per l’occupazione delle terre, la repressione mafiosa, l’emigrazione, l’afflizione per un’esistenza di stenti, la campagna e il paese quali coordinate di una civiltà piccola e squallida.
È una Sicilia panteistica dove i pastori come Leonardo credono che il vento sia l’erba che «si rimina», le stelle quelle sulle stampe del Signore e il mare il mondo oltre la propria valle. È una Sicilia della credenza e del sortilegio dove le mignatte sono gli unici farmaci della gentuzza e l’urina un medicamento infallibile se usata con la spoglia del serpente. È anche una Sicilia dell’inganno e dell’ingegno, dove un abile baro che vince sempre a carte è chiamato «operabolica», cioè padrone del demonio, e i tagliaborse imparano alla scuola del malaffare sotto casa l’arte del borseggio.
In questa Sicilia nella quale solo gli uomini invecchiano, giammai il sole né la luna, la vita è regolata dalla dottrina della mafia che insegna a ringraziare Dio se non si ha «nulla da spartire con la polizia», a non provare come Placido Rizzotto a raddrizzare le zampe ai cani, a non fare sbattere un vaso contro una pietra, a non immischiarsi e a scegliere di stare col ricco anziché col povero, perché dalla parte del ricco c’è sempre anche il prete. Uno dei testimoni di Dolci ha in questo senso le idee chiarissime: «Per ora tra mafia e chiesa sono tutti uguali. La chiesa si serve dei mafiosi per avere i voti e questi si servono della chiesa per la protezione». Cosicché alla mafia, alla chiesa e ai ricchi si aggiunge anche la politica mentre dall’altro lato si ammassa il popolino, con i suoi sindacalisti e i comunisti. Quel popolino che rimpiange il fascismo perché allora «poteva parlare in modo più libero, mentre ora la mafia è sfrenata e si è meno liberi a parlare e fare».
Lo sguardo di Dolci, come nota Carlo Levi in un vecchio testo riportato in prefazione, è di chi «si è fatto identico al mondo in cui vive», professando dunque una compenetrazione che non è più quella dei demopsicologi alla Avolio e alla Pitré che nell’Ottocento raccoglievano documenti dal vivo e dal crudo della realtà dei villani siciliani standosene ad osservarli dall’alto del loro ceto. La compartecipazione a un destino che diventa comune riecheggia semmai la sensibilità più avvertita di un verista come Verga, ma è certamente all’appena cessata esperienza di Rocco Scotellaro per i suoi «cafoni» lucani che si lega e fa seguito, sotto il sigillo di stretta parentela che viene a entrambi da Italo Calvino.
Libro di spunti antropologici, sociologici, addirittura entomologici, quasi un manuale di istruzioni sulla Sicilia, ricco di una varietà di tranches de vie mai aduggiate da interpolazioni dell’autore (sempre attento anzi a fare mera opera di trascrittore, sia pure nei modi di quella «struttura maieutica» che il secondo Dolci assumerà a modello pedagogico, come ricorda nella postfazione Giuseppe Barone), Racconti siciliani è un’inchiesta documentaria che si costituisce al pari di un faldone di deposizioni volontarie, rese dalle vittime di una condizione sociale di alienazione, ai fini della messa in stato d’accusa di uno Stato assente e sordo che in realtà è il solo a condurre contro Dolci un’accanita campagna persecutoria, mentre la mafia rimane sempre a guardarlo da lontano come osservando un oggetto misterioso. Un soggetto piuttosto: che accoglie il termine di «bandito» nella sua accezione autentica di chi è stato messo al bando ed esiliato. E che viene in Sicilia per diffondere un credo ancora inascoltato: «Si può crescere solo se sognati», nel senso cioè che «nessuno può fare crescere qualcuno senza un rapporto in cui ciascuno cresce».