sabato 18 luglio 2015

Le parole sono pietre. Tutte le parole



Un presidente della Regione che rompa pubblicamente in pianto non s'era mai visto. Ci si aspetta sempre un certo decoro da parte di alte dignità qual è quella che ricopre il governatore della Sicilia.

Ma Rosario Crocetta ha lasciato prevalere, ancora una volta, il suo animo di svenevole omosessuale: da immaginare con il palmo della mano alla fronte e la testa indietro mentre pronuncia parole come "dolore" e "sofferenza" che anziché addurre comprensione suscitano ilarità. 
Così come alla direzione del Pd si è appellato alla sua condizione di "diverso" per chiedere appoggio, eludendo le questioni politiche che riguardano i magri risultati del suo governatorato, ora ha fatto appello ai triti modelli della congiura, del complotto e del "metodo Boffo" per difendersi da un'accusa di fronte alla quale avrebbe piuttosto dovuto assumere uno dei due atteggiamenti: ammettere tutto, chiedere scusa e dimettersi oppure negare recisamente di aver sentito l'insulto di Tutino alla Borsellino e aspettare le prove a carico. Invece, confermando che Tutino gli ha parlato davvero al telefono contro il suo assessore, ha in parte ammesso il fondamento della rivelazione dell'Espresso: salvo precisare di non aver sentito, forse per un questione di cattiva ricezione, la frase incriminata. Se si fosse sentito del tutto in buona fede, avrebbe perlomeno atteso che il suo avvocato tornasse dalla Procura con la notizia che agli atti non risulta l'insulto che probabilmente gli costerà la presidenza e non avrebbe certo inscenato la pantomima dell'autosospensione investendo il neoassessore alla Sanità della carica di vicepresidente della Regione: procedure che lo Statuto non contempla e che comunque Crocetta non ha realmente messo in essere. 
Se non avesse perso il controllo di sé, avrebbe dovuto semplicemente obiettare che, sebbene oggetto di scherno cameratesco, comunque del tutto riservato, un particolare “fuori onda”, la Borsellino era stata chiamata proprio da lui nell’incarico di assessore, per cui ogni battutaccia sul suo conto, anche la più mordace, non poteva che compensarsi nella fiducia incondizionata riposta sulla sua persona. Invece la mattina ha pianto e si è sospeso e nel pomeriggio ha cominciato ad accampare ragioni, facendo al contrario di come avrebbe suggerito il buon senso.
Artefice di questa rovinosa caduta, guarda un po' la nemesi, è l'ex capo ufficio stampa della Regione siciliana Piero Messina, sbolognato da Crocetta insieme con tutti gli altri colleghi del sia pur pletorico apparato. Fosse stato lasciato al suo posto, forse Messina non si sarebbe servito di una notizia così esplosiva firmando un articolo sul giornale al quale collabora inteso a colpire il governatore suo diretto superiore.
Malevolmente Crocetta lo accusa adesso di essersi vendicato per essere stato licenziato: adombrando quindi non il sospetto che la notizia sia falsa ma il torto che sia stata divulgata. E' forse questo l'aspetto più triste e inquietante della vicenda. Le indagini accerteranno se la frase in questione sia contenuta nei verbali segretati, ma c'è da scommettere che lo sia perché non si capisce come Messina l'abbia potuta "inventare" con tanta spregiudicatezza e fantasia, a meno di supporre che sia caduto nella trappola di un autentico mistificatore che lo abbia irretito. Ammesso il fondamento della notizia, l'accusa che Crocetta muove a Messina è di avere reso pubblico un episodio increscioso che i verbalizzanti stessi avevano per qualche oscura ragione ritenuto di tenere nascosto. Si tratta di un'accusa che in quell'ambiente che Crocetta pretende di combattere è conosciuta sotto il nome di "infamità". 
Messina si sarebbe in sostanza comportato da "sbirro" avendo fatto valere un suo potere sapendo di determinare un danno altrui: condotta che la mafia non ammette. L'antimafioso Crocetta alla fine scade nel rango del mafioso invocando un codice d'onore al quale chiama a rispondere un giornalista la cui colpa è stata di non aver voluto rinunciare all'esercizio di un suo dovere in presenza di un supposto conflitto di interessi: Messina avrebbe quindi dovuto tacere proprio perché è stato licenziato da Crocetta e solo così non sarebbe stato un infame. Questo teorema aberrante, che tuttavia è sotteso alla posizione di Crocetta, è proprio di un sistema mentale siciliano entro il quale un’azione legittima ma molesta involge un peccato che postula una colpa grave. Il governatore, che della lotta alla mafia fa il suo primo merito, è rimasto vittima di una morale tradita dal linguaggio, perché mentre sembra non aver sentito le parole, quelle sì infamanti, di Tutino ne pronuncia altre di sprezzo e calunniose nei confronti non tanto di un giornalista quanto di una libertà costituzionale, quella di stampa, il cui esercizio forse segnerà il suo tracollo per averla fin troppo vilipesa.