mercoledì 15 luglio 2015

I dieci errori del governatore Crocetta



In quasi tre anni di presidenza Rosario Crocetta ha commesso dieci evidenti errori. Nessuno è così grave da poterne decretare la sfiducia ma tutti insieme costituiscono un serio atto d’accusa, degno di una altrettanto seria riflessione.
In ordine di rilevanza - e solo per una perizia di parte - ecco quali sono:
1) ha supposto, avendo avuto esperienze di sindaco, di essere sin dall’inizio pronto ad amministrare un ente come la Regione, quella che Pantaleone chiamò “industria del potere”, senza però una reale strategia, un chiaro piano di intervento e una vera preparazione; 
2) si è rifiutato di dare un preciso indirizzo politico alle sue Giunte e alla propria azione di governo pretendendo di poter occupare posizioni sia di destra che di sinistra, come pure di centro, e immaginando che chiamare tecnici al governo equivalesse ad autonomia di giudizio, partecipazione democratica e prova di competenza;
3) ha ritenuto davvero morta la prima repubblica e con essa la partitocrazia. Su questo presupposto ha pensato di agire prescindendo dalle segreterie e valendosi della sua sola elezione: come se potesse bastare a compensare la mancanza di una consolidata e condivisa iniziativa di maggioranza;
4) in una febbre “rivoluzionaria” di tipo donchisciottesca, ha nominato assessori le figure più improbabili ed estranee alla politica istituzionale solo per il brivido della sensazione, da spacciare come fattore di cambiamento: dal cantautore misogino allo studioso che voleva costringere tutti a guardare le stelle, dalla sciatrice alpina totalmente digiuna di amministrazione alla studentessa fuoricorso in bambola;
5) ha fatto della lotta alla mafia, ai poteri forti interni alla Regione, al sistema che regola gli appalti, nonché della riduzione delle spese, il solo titolo di legittimazione della sua carica, giudicato prevalente su ogni altra priorità, a cominciare dal lavoro e dai fondi europei inevasi;
6) non ha trovato un solo punto davvero forte, come gli ottanta euro di Renzi, sul quale raccogliere il consenso popolare; al contrario ha annunciato riforme e grandi mutamenti che non si sono avuti;
7) non ha saputo distinguersi dai passati governatori, come i quali ha fatto abbondante uso dei più vieti mezzi a sua disposizione: dal clientelismo alle nomine di consulenti e di amici negli enti di sottogoverno ai vertiginosi rivolgimenti di ruolo dei dirigenti regionali; 
8) ha portato nel suo gabinetto gli addetti del suo staff personale con l’aggiunta di qualche estemporaneo immigrato di colore e di segretarie rimbalzate dalle sue carte private a quelle pubbliche, formando così un caravanserraglio preso in una perenne ammuina e a corto di collaboratori esperti in materia regionale;
9) ha liquidato l’ufficio stampa anziché ridurne la pletora, privandosi di un servizio che quantomeno avrebbe potuto dare del suo operato un’immagine meno esposta agli attacchi sferrati da ogni parte;
10) ha inteso far pesare la sua condizione di omosessuale come motivo di orgoglio e l’ha sbandierata al pari di un salvacondotto, anche con ripetute apparizioni televisive nelle quali ha diffuso l’immagine di uomo nevrotico, supponente e troppo preso di sé.
Più in generale Crocetta ha peccato di esperienza, prudenza e consapevolezza: l’esperienza non solo di governo ma anche di formare governi e farli durare secondo un progetto sostenuto da una solida maggioranza; la stessa esperienza, difficile da instillare in uno spirito caldo, che insegna come in politica dica di più chi taccia anziché chi straparli all’impazzata; la prudenza è mancata nella scelta degli alleati non tanto più fidati quanto più leali, ma nemmeno si è vista prudenza nella vita privata, divenuta con il caso Tutino argomento di risibile grottesco; la consapevolezza poi che cavalcare convulsamente la tigre dell’antimafia nella veste di paladino della società civile anziché in quella di governatore, con tante intemerate e nessun provvedimento, significa gridare “al lupo” per suscitare spavento e sapendo che non c’è. 
Alla fine il disimpegno di Rita Borsellino suona come una campana a morto e integra un insegnamento: la stagione dei governatori eretici, distanti dai partiti e fondamentalmente populisti, è finita. Probabilmente in Sicilia il sistema della seconda repubblica deve riappropriarsi della scena, restituire politica e magari non ricadere negli inverecondi eccessi della prima.