lunedì 24 aprile 2023

La verità dei fatti viene meno col tempo

 



Rappresentazione e interpretazione sono due modi diversi di ricostruzione di un fatto. La vicinanza temporale ad esso stabilisce la prima o l’altra attività. Rappresenta un fatto chi ne è stato testimone o artefice e ne può dare anche una versione personale. Interpreta invece un evento chi ne è del tutto estraneo ed esprime un giudizio anche storico. Tale giudizio non è genuino come la versione, il cui grado di rispondenza al vero può essere minato solo da un’incertezza mnemonica o mentale, sempreché sincera, ma è contaminato dagli elementi di diversissima natura che si sono aggiunti tra il fatto e la interpretazione. Maggiore è la distanza e più numerosi sono questi elementi. Ciò comporta che un fatto non possa essere mai interpretato con assoluta esattezza, perché non c’è evento umano che non sia legato al suo tempo e quindi al suo clima, alle sue circostanze, al suo stato d’essere. Soltanto chi ne faccia ancora parte può darne conto, ma ricadrebbe nella rappresentazione.
L’interpretazione che si dà di un caso risente invece del momento in cui viene svolta, quando lo sguardo sulle cose, la visione del mondo, la coscienza di sé e degli altri, l’atteggiamento stesso rispetto al contesto sono ormai mutati. Prendiamo un’aula di giustizia dove il presidente di Corte d’assise chieda all’imputato reo confesso di uxoricidio perché ha commesso il delitto. L’uomo inevitabilmente dà motivazioni legate al momento in cui le rende e non riferite a quello in cui ha ucciso. E, benché ai fini della verità e del dolo conti, quanto al movente, stabilire il rapporto di causa ed effetto del crimine, non vale a spiegare le ragioni del gesto offrire motivazioni a distanza di molto tempo, essendo ormai corrotte dalle fermentazioni della coscienza, dagli eventi avvenuti nel frattempo, da una nuova consapevolezza, dall’opinione comune che si è creata sul fatto e sulla fattispecie di reato, dalla nuova natura giuridica del reato stesso: tutti elementi che possono portare a fornire un movente che non è quello posto alla base del delitto commesso. Di fatto l’imputato dovrebbe chiedere ai giudici, prima di rispondere, se debba riferire le ragioni concepite al momento dei fatti o quelle maturate a partire da allora e divenute le attuali. Nel primo caso parlerebbe come di un’altra persona, nel secondo come se fosse un’altra persona. 
Chiunque può fare su di sé l’esercizio di ricordare un fatto personale e di chiedersi il perché di un certo comportamento, finendo anche per sorprendersi di se stesso. La risposta che ci si dà è l’equivalente di un’operazione di immedesimazione con il comportamento stesso e con il suo contesto: in sostanza si fa lo sforzo automatico di tornare al passato, al momento dei fatti, e di trovarsi a interrogarsi entro quella specifica dimensione, fatta di influenze esterne, condizionamenti del tempo, stato d’animo contingente, particolare quadrante di avvenimenti concomitanti, nazionali e internazionali, di tipo politico, sociale, economico, stato dei rapporti familiari, sentimentali, comitali, lavorativi. Se oggi riconosco a me stesso di avere sbagliato a lasciare vent’anni fa un lavoro per un altro, o di aver comprato la casa dove abito, prendo atto che ho cambiato opinione e ragiono sulla base di quanto mi è avvenuto, giacché non ammetterei alcun errore se fossi contento del mio operato e fossi dunque rimasto dell'idea originaria. 
Ecco: quanto è avvenuto, il “frattempo”, agisce come discrimine per distinguere due fasi diversissime: quella remota della scelta e quella attuale del giudizio. In narratologia queste due fasi sono indicate come “tempi”: il tempo della narrazione e il tempo della scrittura. Il primo riguarda l’epoca dei fatti narrati, il secondo il momento della loro narrazione, che può seguire a distanza di giorni come anche di secoli. La seconda fase può essere detta interpretativa, la prima rappresentativa ed è chiaro che l’interpretazione sottende una forma di giudizio legato al tempo in cui viene espresso, molte volte del tutto distorto e svincolato dal fondamento reale dei fatti per via del tempo trascorso, di uno stato mentale di confusione o di una errata presa di coscienza dei fatti. Se sono rimasto vittima di un incidente stradale, dal quale sono uscito indenne ma stordito, posso testimoniare come è avvenuto, ma solo relativamente a come io ho vissuto l’incidente. Non solo: il ricordo che ho di esso e dei suoi momenti convulsi si imprime nella mia memoria con effetti che possono mutare nel tempo, facendosi più nitido o più oscuro. Quando provo poi, attraverso il ricordo serbato, a interpretare l’incidente, giocoforza mi ritrovo in un nuovo stato mentale che può farmi rivedere i fatti in maniera ancora diversa.
La distanza dai fatti muta la nostra percezione di essi. Ce lo insegna la storiografia attraverso i massimi storici dell’antichità: Senofonte è testimone e protagonista degli eventi bellici che racconta; Erodoto attinge, a fuochi spenti, anziché ai documenti, alle fonti ascoltando i diretti protagonisti; Tucidide invece opera recuperando documenti  custoditi in archivio. I tre approcci corrispondono ad altrettanti punti di osservazione posti a distanza diversa e ne abbiamo esempio pensando a un evento bellico, dove se la conoscenza che un soldato ha di una battaglia alla quale partecipa è ad altezza d’uomo, giacché non vede che quanto avviene entro il suo raggio visivo, quella di un generale è invece a volo d’uccello, perché controlla l’intero scacchiere come dall’alto, mentre lo stato maggiore ha la visione totale non solo di quella battaglia ma di tutte le altre in corso, insomma della guerra, avendo dunque una conoscenza a eclittica d’astronauta, che osserva lo stato delle cose da una distanza siderale e onnicomprensiva.
E come nello spazio, con l’aumentare della distanza dall’oggetto osservato, maggiore diventa l’indeterminatezza della visione che se ne ha, così nel tempo la distanza tra il fatto e la sua narrazione ne determina in maniera crescente l’evanescenza, tale da portare a teorizzare che non esistano fatti ma solo interpretazioni. Questa è la teoria di Nietzsche che ritiene i fatti “stupidi” e dipendenti da un interprete “intelligente” per essere compresi. L’intelligenza richiesta all’interprete è la capacità di giudizio che possiede, giacché la rappresentazione si vale della sola memoria. La differenza è in ciò, che rappresentare un fatto equivale a raccontarlo mentre interpretare quello che diventa col tempo un caso significa studiarlo. Da un lato, insomma, la letteratura e da un altro la saggistica: metonimia e metafora.
Rivedendo perciò il nostro imputato chiamato a rivelare il movente, più il processo contro di lui si svolge a distanza di tempo dal fatto contestato e più è egli spinto a giudicare anziché raccontare e di conseguenza a offrire un’opinione piuttosto che il rapporto che gli viene richiesto. Di fatto la sua deposizione dovrebbe essere del tutto inaccettabile dalla corte, anche quando riesca a determinare il dolo riportandosi al tempo ha commesso il delitto che gli viene imputato, ma si tratta di una missione estremamente difficile e forse impossibile, perché chi parla di un fatto personale remoto non può liberarsi degli elementi psichici e oggettivi che intanto si sono accumulati nella sua sfera.
Il nostro uomo alle sbarre dunque. Supponiamo che abbia ucciso la moglie malata terminale prima della pandemia di Covid e che venga processato dopo la sua cessazione. Nel ricordo comune dei tanti malati fatti morire in ospedali intasati per dare posto a contagiati più giovani e in maggiore salute, la spiegazione che offre alla corte di aver compiuto un gesto d’amore sarebbe senz’altro molto più persuasiva. In realtà l’uomo può aver agito per stanchezza, per interesse, influenzato magari dai principi sostenuti dai fautori dell’eutanasia di cui tanto si è parlato negli anni pre-Covid, ma quando deve rispondere, interpretando l’atto compiuto anni prima, in un diverso contesto, anche inconsciamente fa valere ragioni nuove, estranee e già presenti nella coscienza degli stessi giudici.
Può raccontare come si sono svolti i fatti, ma la volontà omicida che l’ha mosso appartiene a una sfera che in nessun caso può essere quella concomitante all’evento in questione, perché tra quando ha messo fine alla penosa agonia della moglie e quando deve chiarire perché l’ha fatto si sono introdotti nuovi fattori gnoseologici nella coscienza semantica, che - come la "memoria semantica" postulata da Eco distinta da quella "autobiografica" - riguarda quanto di nuovo la collettività condivide oggettivamente. E quel che di nuovo la società del Covid, giudici compresi, condivide è appunto una sensibilità diversa sulla fine della vita, volontaria e indotta. Il nostro imputato sarà ovviamente condannato perché riconosciuto colpevole, ma potrà contare su attenuanti che prima non si sarebbero nemmeno poste. E tali attenuanti sono proprio quelle derivate dal nuovo sguardo che la pandemia ha imposto sull’idea di morte necessaria perché altri possano vivere. Ad ogni modo l’imputato riferirà di aver ucciso la moglie adducendo un movente che gli è chiaro quando depone ma che non è certamente quello che l’ha spinto a uccidere.
Se le cose stanno così, la storia stessa come istituto non è tanto “saturata” come la vede Nietzsche, quanto incongrua. Lo storico che  interpreta avvenimenti remoti si confà al proprio modello di vita e non a quello dell’epoca dei fatti, sicché valuta, studia e giudica gli eventi in forza di un metodo che egli presume scientifico ma che non può non essere che letterario, frutto di un linguaggio che di per sé è già una scelta semiologica strettamente radicata al personale modo di vedere le cose. Lo storico è insomma un autore.
La pretesa scientifica della storiografia di essere ispirata a un determinismo idealista e marxiano, quasi regolata da leggi apposite, fa infatti i conti con la visione postmoderna e poststrutturalistica che converte la storia in chiave di discorso e riporta la ricerca storica in un sistema di linguaggi e di foucaultiane “strutture epistemiche” entro le quali essa risulta una trasformazione discontinua e tutt’altro che un divenire progressivo. Lo storicismo come scienza recede dunque di fronte all’insorgenza delle “pratiche discorsive” di Foucault che stornano la storia nell’ambito di strutture analitiche qual è la critica letteraria. Sempre più i libri di storia vengono oggi sottoposti infatti al vaglio del critico letterario che, chiamando gli storici col nome di autori, valuta la natura di racconto e la presenza di figure retoriche nella rappresentazione dei fatti, visti perciò come “congetture”, che sono strumenti propri del narratore.
Qualsiasi storico, completate le sue ricerche, verificati e raccolti i documenti, alla fine non può che scrivere: ed è a questo punto che deve scegliere il suo stile e decidere come scrivere, se servirsi di formule tecnico-scientifiche e quindi di un linguaggio anti-retorico oppure adottare strumenti letterari e rendere la “narrazione” vivida, affidandosi, come dice Somekawa, alla sua musa - decidere insomma se dare ragione a Tucidide, che disdegna i poeti, o a Erodoto, dalla mente fertile. Oggi gli storici, condizionati dalla pregiudiziale sociologica e spinti a ottenere una patente di scienziati, scrivono seguendo i modi del trattato che non quelli del racconto. Il risultato è di avere, a sentire Evans, libri specialistici e soprattutto illeggibili. Se non è un caso che uno dei più grandi storici di tutti i tempi, Theodor Mommsen, fu insignito del Nobel per la letteratura in forza della sua qualità di “uomo di lettere”, la concezione invalente della storia rimanda all’idea che ne dà Unamuno, secondo il quale “nulla sappiamo della vita di milioni di uomini senza storia il cui oscuro lavoro getta le basi sulle quali si alzano i flutti della storia”, intendendo quanto in maniera colorita dice Flaubert: “Essere storiografi significa bere un oceano e pisciare una tazza”.
Già in tale operazione di distillazione rileva la natura profonda dello storico, costretto a selezionare e dunque a valutare i fatti da salvare e da scartare. Non può che farlo tenendo fede ai propri principi morali, etici, epistemologici, religiosi, etnologici, bastandogli l’uso di un solo aggettivo o la stessa costruzione sintattica delle proposizioni, ancor di più lo stile di scrittura, che è sempre letterario, per tradire l’appartenenza al proprio tempo e quindi la totale lontananza dai fatti e dal loro tempo. Che, non potendo essere rappresentati per via del decorso cronologico, possono essere interpretati, quindi giudicati. E chi giudica uomini e cose non fa che applicare le leggi di diritto ma anche di filosofia cui anch’egli come storico è sottoposto.