giovedì 15 gennaio 2015

I giornalisti? Tutti pazzi per Eco



Figurarsi se, ossessionato com'è dai complotti della storia, Umberto Eco non si faceva irretire da quello che potrebbe sembrare il più sensazionale di tutti, più intrigante perché recente e perché molto italiano. Tanto lo ha voluto che, dopo venti anni in cui ha tenuto il libro legato al dubbio se completarlo o meno, alla fine se l'è fatto da sé. 
Numero zero non è un romanzo, ma un rimestamento fondato su un principio cardine del giornalismo (di cui chi vuole può trovare ampia traccia e anticipazione nel mio romanzo La scoperta della mafia), in base al quale a riunire notizie apparse sulla stampa ma sfuggite all'attenzione generale se ne ottiene una nuova che nessuno conosce e che documenta un fatto avvenuto realmente ma privo di prove. Eco avrebbe forse voluto scrivere un saggio o un pamphlet ma ha preferito affidare la sua ricostruzione dei fatti a un romanzo, così da scongiurare l'accusa di falso storico. Quali fatti?
Secondo la scoperta fatta da uno dei personaggi, Mussolini non sarebbe morto ma avrebbe riparato in Argentina con l'aiuto del Vaticano e da lì avrebbe atteso una ventina d'anni perché fosse tentato un colpo di Stato, quello della Rosa dei venti, annullato all'ultimo momento per la sua improvvisa morte. Tutte le vicende seguite al 1964, fino a Mani pulite e passando da Gladio e dal caso Moro, sarebbero state conseguenza dell'operazione di salvataggio ordita per tenere in vita Mussolini mentre a Piazzale Loreto, con una Claretta Petacci ignara della verità, veniva appeso al ludibrio mondiale un sosia. 
Il racconto della vicenda che Braggadocio fa all'io narrante, il dottor Colonna, è il risultato di una ricerca dei tanti e diversi fatti avvenuti nel tempo che collazionati schiudono uno scenario da brividi, tale da spingere a riscrivere la storia italiana dal Dopoguerra ad oggi. Se però fosse vero. Ad Eco piace crederlo ma non ci mette la firma, così lascia che sia il romanzo a rischiare la sconfessione salvaguardandosi nelle sue fauste attribuzioni di studioso scrupoloso e rigoroso. Epperò è tentato dal farsi avanti e alla fine cede alle illecebre della controstoria, pur nella palinodia finale dove si capisce che quanto Braggadocio ha confidato a Colonna è stato anche oggetto di una trasmissione della Bbc curata da Corrado Augias che ricostruisce lo stesso intreccio complottistico in un tout-de-meme di originale e improbabilissima trovata. 
Il libro di Eco è tutto in queste rivelazioni, se tali sono. Il resto è davvero pochissima cosa oltre che banalissima e puerile. Eco immagina che uno spregiudicato editore deciso a entrare nel jet society con l'arma del ricatto concepisca la realizzazione di un quotidiano che per un anno non debba però andare in edicola, limitandosi a produrre numeri zero che gli serviranno, per i suoi contenuti scandalosi, a indurre l'alta finanza ad aprirli le porte: cosa che gli sarebbe stata più facile e forse solo possibile se davvero avesse voluto che il giornale uscisse. Per realizzare il suo curioso piano l'editore si affida a un direttore che anziché incoraggiare i pochi giornalisti in prova a cercare notizie scandalose e casi da denuncia fa il pompiere alle loro intraprese e incarica Colonna (nominato "assistente del direttore", qualifica che non esiste nell'ordinamento giornalistico italiano) perché controlli gli articoli degli altri, incombenza che (sempreché un giornalista italiano accetti mai che un suo articolo sia rivisto e modificato mantenendo la firma) spetta al solo direttore e che integra semmai una censura e non uno sprone: contro lo spirito per cui il giornale debba nascere e al quale servire. 
Ma di tutt'altro si interessa la colorita ed estemporanea redazione nelle mani di un direttore che di ogni qualità è dotato tranne che del coraggio che gli è pur richiesto per fare un giornale scandalistico, tant'è che alla fine è il primo che scappa, addirittura all'estero e cambiando identità per sempre. Al centro delle riunioni ci sono scambi di barzellette, tirate vertiginose e indigeribili (à la Eco) sui tanti Ordini di Malta, giochi su chi spara battute antifrastiche ed esercizi mentali sugli effetti paradossali delle smentite. In più lezioncine sotto specie di sermoni del direttore in cattedra che pretende di insegnare il mestiere a quanti non sembrano giornalisti destinati a una redazione d'assalto ma stagisti alle primissime armi, per cui ci si chiede chi li abbia mai reclutati e con quale criterio. 
La parte più risibile della montatura è quella di Colonna, che viene assunto dal direttore perché scriva un libro sulla storia del giornale in fieri. Sentite cosa gli dice il direttore: "Il libro dovrà dare l'idea di un altro giornale, mostrare come per un anno io mi sia adoperato per realizzare un modello di giornalismo indipendente da ogni pressione, lasciando capire che l'avventura è finita male perché non si poteva dare vita a una voce libera". 

Ma come? Se l'editore gli ha detto chiaro e forte che dovrà fare numeri zero costruiti ad hoc e a suo uso e lui accetta, perché deve salvarsi la verginità mettendosi peraltro nelle mani di un altro che può spifferare il suo retroproposito all'editore? E perché deve scriverlo Colonna il libro e non se lo scrive da sé? Non avrebbe più forza se fosse una testimonianza diretta e non opera di un terzo estraneo prezzolato? Dunque abbiamo un direttore che si preoccupa di non passare da servo ma che sin dall'inizio accetta di fare il servo, cioè di realizzare un giornale capace di spaventare i palazzi della finanza e della politica, salvo poi preferire articoli edulcorati e scappare alla fine come un coniglio. 
Per fortuna del giornalismo italiano non esistono né direttori né giornalisti come quelli immaginati da Eco. Il quale è proprio digiuno di tecniche giornalistiche, mancandogli anche il linguaggio, così chiama "dispacci" i lanci o tek dell'Ansa e, illustrando una pagina tematica (voleva dire monografica) dice che "a sinistra" va il pezzo di Braggadocio e "a destra" un'inchiesta sul degrado dei viali periferici (che certamente non è un articolo che possa fare tremare i polsi a un banchiere), ignorando che qualsiasi giornalista parlerebbe di "apertura" e di "spalla" e non di sinistra e destra.  
Lasciando perdere le raccomandazioni che Colonna dà per conto del direttore perché non siano usati luoghi comuni, frasi fatte e parole come "palingenesi", mentre lui può scrivere "sinestesia", raccomandazioni di cui egli per primo non tiene mai conto, del tutto inopinatamente e contro i requisiti minimi che ci si aspetterebbe da un plotone di reporter di guerra, Colonna e gli altri sono visti da Eco come perdenti, alla Des Essentes e Oblomov, e tali vengono chiamati. Ma non c'è alcuna ragione perché lo siano, anzi ce ne sarebbero cento perché valga il contrario visto il lavoro cui sono chiamati. 
Il romanzo è uno stillicidio di divagazioni, digressioni anche molto stupide da dare l'impressione che Eco abbia riunito tutti i suoi paralipomeni rovistando nel cestino. Nemmeno il risvolto di copertina Bompiani è stato capace di dare conto della trama. Che in realtà non c'è. Il romanzo è il pretesto che Eco trova per rivelare una verità storica che però egli stesso sta bene attento a non definire tale. Per fare questo inventa una storia assurda di editori che invece di spendere milioni per fare un giornale dilapidano soldi in numeri zero che essendo stampati in pochissime copie non farebbero paura a nessuno e che, contenendo davvero inchieste scottanti, meriterebbero altroché tirature da giornali veri invece di essere demenzialmente concepiti come se realizzati in un tempo nel quale sono già noti i fatti futuri. Ma che senso ha tutto questo? Il giornalismo italiano ha mille deficit ma non è certo popolato da pazzi scatenati e idioti come quelli che Eco propone e propina. Ma del resto può essere normale un libro che racconta un Mussolini vivo dopo il 25 aprile con tutti gli effetti collaterali fino ad adombrare un Di Pietro frutto di un complotto ordito anche da un paio di papi?