sabato 14 febbraio 2015

I professori dell'antimafia

Articolo pubblicato il 13 febbraio 2015 su la Repubblica di Palermo

Nel tempo del prefetto Mori in Sicilia, il suo pugno di ferro esitò una proporzionale diretta tra la mafia che subiva colpi e la società, anche economica, che arretrava. Più la mafia lasciava il terreno e più quel terreno lesinava i suoi frutti.

Non per caso le “lettere anonime” al Duce contro Mori coincisero con il momento del massimo successo della lotta alla mafia e con quello del suo minor consenso. Una contraddizione? No, una condizione, siciliana propriamente: riscontrabile in ogni epoca storica, da Verre ai Vespri, in cui un potere sia stato esercitato con troppa applicazione. 
Sciascia vide nella tettonica di forze creata da Mori una fazione fascista conservatrice contrapposta a un’altra progressista, più debole, derivandone che l’antimafia fu quindi «strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato»: uno strumento di potere appunto. Che è valso anche dopo il fascismo, traducendosi nella logica sciasciana per cui un sindaco che si occupi più della sua veste di antimafioso che del Comune «si può considerare come in una botte di ferro», perché se qualcuno oserà accusarlo di questo finirà egli stesso per essere tacciato come mafioso. Quanto più è dunque evidente l’esibizione antimafiosa tanto più appare mafioso chi dissente da tale atteggiamento. 
Questa proporzione crescente mette in capo a chi vesta il laticlavio di antimafioso di bollare gli avversari con la peggiore etichetta e di ergersi a incontaminato maestro e cavaliere del santo servizio (pubblico). Così, gli sciasciani “professionisti dell’antimafia”, discendenti di Mori, si sono mutati oggi nei “professori dell’antimafia”, nel senso che la professano e quindi la divulgano. Ma il teorema non cambia: più l’antimafia viene esibita, più si inasprisce il sistema di veti e controlli e più, in Sicilia, rallenta la produzione e ristagna l’economia. 
Rosario Crocetta incarna, in altra cotta, Cesare Mori e ritiene che l’antimafia sia una pregiudiziale della politica, cosicché nulla possa essere programmato che non sia passato al vaglio dell’esame antimafia e nessuno possa essere preso in considerazione senza il relativo certificato: di astratto contenuto, perché ci sono mafiosi parenti di monsignori i quali si ritrovano indebitamente accomunati ad essi. 
Ostentando con smaccata insistenza la patente di professore dell’antimafia, facendone un atto di cittadinanza nel proprio emisfero, Crocetta si comporta come Maupassant che odiava la Torre Eiffel ma ci andava sempre perché era l’unico posto da dove non si vedeva. E finisce molte volte per fare come don Ciccio del Gattopardo, che «sbatte sul tavolo un coniglio selvatico promosso ipso facto al grado di lepre». 
La prudenza nella governance, consigliatissima in un sistema democratico sano ed economicamente forte, in Sicilia diventa anzichenò immobilismo se si accoglie il criterio che sia preferibile non bandire un appalto a rischio di mafia piuttosto che metterne in essere i vantaggi. E’ su questo discrimine che può misurarsi il modello Crocetta. Il cui governo tiene fermi ingenti fondi europei e decine di progetti anche nel sacro timore che la mafia o i poteri forti, una variante non molto indipendente della prima, possano impadronirsene. Sciascia, che in materia è la prima autorità, ha chiarito quanto alla giustizia che è meglio procurarle un danno che negarla e quanto al fascismo che «alcuni italiani avrebbero preferito che la mafia continuasse a vivere» piuttosto che subirne il potere. 
Allo stesso modo oggi si sente sempre più dire in Sicilia, specie negli ambienti produttivi, che era meglio al tempo di Cuffaro, attualmente in carcere proprio per mafia, perché “si lavorava”: nell’intrallazzo e nell’abuso forse, ma con il beneplacito generale e nel benessere diffuso. Del resto la porta della legge, come ci dice Kafka nel Processo, può essere varcata solo violando la legge.
Che si debba perciò governare la Sicilia scendendo a patti con la mafia o comunque tollerandola? Certamente non è questa la chiave. Ma non è nemmeno bandendo la mafia a parole che si amministra in Sicilia, perché, dice Montaigne, tirare la freccia oltre il bersaglio significa ugualmente mancarlo. La risposta è probabilmente in una oculata gestione degli atti pubblici e dei meccanismi di espletamento degli appalti, al di là della sindrome antimafiosa che sarà tanto lucrativa per chi se ne dichiari portatore sano ma che è altrettanto deleteria per quanti, per sua causa, debbano vivere in un ordinamento socio-economico che rimpiange gli effetti del male. Essere, come Brancati vede i siciliani, la febbre e il febbricitante può portare a preferire la prima se il secondo è pernicioso. Ed è lo stesso Brancati a dirci che «i mali sono come i bambini: se osservati si ringalluzziscono».