venerdì 28 aprile 2017

A Giarre le visioni dei garden designer



L’Etna non si divide più in tre settecenteschearee geobotaniche (“colta”, “nemorosa” e “discoperta”:ovvero coltivata, ventosa per il fiorire dell’anemone e nuda), perché visto sul fondo dei giardini realizzati a Giarre, che al vulcano sembrano volersi protendere, conta un quarto livello pedemontano da chiamarsi perché no “radicepura”, dal luogo dove è stato allestito fino al 21 ottobre il primo Garden festival del Mediterraneo. Al quale proprio il mare di ridosso contribuisce a conferire un’aria orientale che pare di famiglia, come di un eden mesopotamico trasposto in una Sicilia nella quale ancora si radunano mondi e tempi lontani: per modo che dici giardino e pensi agli arabi e ai persiani, alle “Mille e una notte” e alla fiaba, ma anche alla Siqilliyya e ai “fiori dei giardini” di Ibn Hamdis, alle ville romane e alla Kolymbetra. 
Un pezzo di questo universo remoto è stato ricomposto in un parco dove mani verdi e sapienti di garden designer venuti dai quattro poli, funambolici fantasisti dell’architettura paesaggistica da non chiamare mai giardinieri, hanno trasformato la terra brulla in giardini simili a panorami dipinti, microcosmi tratti dalla natura piegata all’arte che evocano paradisi perduti, regge imperiali, orti botanici, fontane e terrazze esuberanti di piante e fiori modellati in forme sognanti e riposanti di benessere e belvedere. Di queste maestose visioni il Garden festival promosso dalla Fondazione Radicepura offre un assaggio che può comunque bastare, pur’anche nei 150 metri quadri di ciascuno dei quattro giardini opera di altrettanti rinomati landscape designer e nei cinquanta degli altri dieci costruiti da paesaggisti selezionati con un bando internazionale. Questi e quelli chiamati a maneggiare piante delle 5000 varietà dei Vivai Faro. 
Ma sono visioni che diventano simboli. Guardate “Amity” dell’araba Kamelia bin Zaal, un invito all’amicizia dei popoli nello spazio di cortili esotici aperti a un convivio umanitario tra profumi e zampilli; oppure, dell’italiano Stefano Passerotti, “Evaporazione mediterranea”, dove un tronco sull’acqua denuncia la dispersione idrica colpa dell’uomo; o ancora il giardino verticale del francese Michel Péna, allegoria di un’ascensione alla bellezza naturalistica nella forma di una scala elicoidale in cima alla quale, come da una torre di avvistamento, si mira un paesaggio che corre dall’Etna a Taormina; e magari “Aretusa e Alfeo” dell’inglese James Basson, omaggio alla Sicilia greca e ai suoi miti perpetuati a Siracusa. Ma guardate anche le altre installazioni, a cominciare da “Anamorfosi”, sottile gioco di prospettiva e deformazione di François Abélanet, benché saretesenz’altro attratti dall’invito di Donatello Chirico a cooperare alla sua opera, “La Macchia”, tracciando su una telala vostra pennellata indelebile, per segnare così unimpegnopersonale alla salvaguardia di quella mediterranea.

Articolo uscito il 27 aprile 2017 su la Repubblica-Palermo