giovedì 2 dicembre 2010

Romano: l'Unità fu fatta anche dal Sud



La storia, si sa, la scrive sempre il vincitore. E avendo il Regno di Piemonte travolto quello di Napoli, il sospetto è che la storia dell’unità d’Italia così come la conosciamo manchi delle pagine scritte dai vinti, sicché quella ufficiale sarebbe una versione e non la verità dei fatti. Negli ultimi anni si è però fatta avanti una corrente revisionistica che, prendendo sempre più coraggio, sta facendo opera di integrazione e sfidando il canone storico. 

Si tratta però di una corrente viziata da un sentimento, anzi da un risentimento, che muta la voga in foga perché interpreta e si intesta una coscienza meridionale ondivaga tra due moti d’animo: orgoglio per il passato gravido di gloria e vergogna per ciò che si è diventati. Quale dei due sia oggi prevalente, alla luce anche degli insorgenti rigurgiti neoborbonici e nell’imminenza delle celebrazioni del centocinquantenario dell’unità, è materia che divide non il Nord e il Sud ma gli intellettuali tradizionali e quelli revisionisti. Alla prima schiera appartiene senz’altro Sergio Romano, reduce dal libro Vademecum di storia dell’Italia unita uscito nel 2009 da Rizzoli. 
L’unità si ebbe sul filo della baionetta o sul filo del traguardo delle regioni meridionali in corsa tra di loro per baciare il tricolore? Fu insomma guerra di conquista o marcia trionfale?
Io osservo che fu opera di una minoranza. Che capì quanto fosse importante per l’Italia agganciarsi all’Europa e che ciò sarebbe stato possibile solo se il Paese fosse stato unificato. Tenga poi presente come in questa minoranza la presenza dei meridionali fosse particolarmente rilevante. Non è vero che i meridionali furono estranei ai moti insurrezionali e alla preparazione del Risorgimento. I meridionali furono addirittura in alcune circostanze più presenti degli stessi settentrionali. Nei governi della prima Italia per esempio: De Sanctis fu ministro della Pubblica istruzione e fu un esempio importante. E ai vertici ci furono figure come Francesco Crispi, Di Rudinì...
Epperò l’emigrazione di dieci milioni di meridionali fu uno degli effetti più amari dell’unità. Senza considerare il milione di morti che la nuova Italia fece nel Sud nella guerra al brigantaggio.
Quanti?
Un milione, dicono certe ricerche recenti che non si rifanno ai libri di storia.
Bah, qualcuno lo dice è vero, ma non certamente sulla base dei documenti. Statistiche del resto non ne esistevano e i dati che abbiamo sono incompleti. Io credo piuttosto che dovremmo evitare di scrivere cose che non siamo poi in grado di dimostrare. Un milione di morti, francamente…
Sono i libri revisionistici ad affermarlo.
Lo so, ma non sono documentati. Quanto all’emigrazione, fu una conseguenza dell’unità, sono per certi aspetti d’accordo, ma fra unità ed emigrazione si sono avuti fenomeni che hanno contribuito a rendere l’emigrazione se non inevitabile certamente utile alla società. Io credo che occorre partire da questa constatazione: l’economia meridionale era decisamente arretrata, pur se con delle punte di qualità, imprese di un certo rilievo, ma il quadro generale era ispirato a un forte protezionismo. A questo punto lei potrebbe sostenere che altre regioni godevano di trattamenti protezionsitici. L’unificazione in realtà fu fatta innanzitutto di ideologia mercatista, come direbbe oggi Tremonti. Non c’è dubbio che l’ideologia di mercato e la concorrenza erano vincenti in quel momento. L’Italia nasce in un contesto europeo caratterizzato da forti identità nazionali risospinte dall’ingresso degli Usa in un mercato mondiale. Di fronte a questo fatto nuovo alcuni Paesi europei cominciano a inaugurare una politica protezionistica perché ritengono che una tale politica sia la sola che possa favorire il consolidamento delle identità nazionali. Ci sono Paesi che sono andati avanti molto rapidamente sulla strada della industrializzazione, vedi la Gran Bretagna, ma anche il Belgio, la Germania, mentre altri Paesi sono rimasti indietro. Francia e poi Italia a un certo punto scelgono la strada protezionistica e la scelgono in un’ottica facilmente comprensibile: favorire l’industria nazionale per mettere il Paese in grado di irrobustirsi. È a questo punto che il Mezzogiorno perde il treno perché le scelte finiscono per favorire esclusivamente logiche protezionsitiche e quindi il Nord industrializzato. Logiche protezionistiche che non a caso coincidono con il governo di un presidente meridionale, quello crispino.
Senonché le scelte protezionistiche favoriscono quelle regioni che sono maggiormente in grado di sviluppare potenzialità perché controllano la produzione.
Ma anche perché hanno una maggiore vicinanza con i mercati di consumo europeo. La Lombardia in particolare era probabilmente una delle regioni più avanzate dell’impero austro-ungarico.
Però nel 1891 la Campania era al pari della Lombardia e Napoli rivaleggiava con Parigi in campo europeo.
Bah, credo che basterebbe leggere Rosario Romeo per smentire questi scenari. Sì, perché è un peccato che queste persone che scrivono a proposito dello straordinario progresso delle regioni meridionali in epoca borbonica non abbiano letto Romeo, altrimenti non avrebbero detto certe cose. Comunque non c’è dubbio che le politiche governative italiane favoriscono dagli anni Ottanta in poi obiettivamente le industrie del Nord a tutto svantaggio del Sud.
Per essere più precisi è successo, come è stato osservato, che anziché portare le fabbriche al Sud sono stati portati in massa i meridionali nelle fabbriche del Nord.
Tenga presente che non stiamo parlando di un’epoca in cui certi meccanismi dirigistici fossero già immaginabili e percepibili come necessari. Utilizzate da amministrazioni burocratiche, queste cose appartengono al Primo e Secondo dopoguerra. Non dobbiamo commettere l’errore di immaginare che sarebbe stato possibile qualche cosa che nessuno a quel tempo sapeva fare, dal momento che quegli strumenti di intervento non erano stati nemmeno elaborati. Le cose stavano così: il Mezzogiorno aveva soprattutto braccia e queste braccia se ne andavano all’estero. Ma attenzione tuttavia. Non se ne sono andate soltanto le braccia del Sud perché ci sono state regioni italiane che hanno avuto fenomeni di emigrazione sul piano quantitivo non meno rilevanti. Negli anni ’80 e ‘90 dal Polesine cominciano a partire decine di migliaia di emigranti, così come dal Friuli: vanno in America del Sud e più tardi nell’America del Nord.
Ma il divario Nord-Sud non si crea con l’unità, così come la questione meridionale che ancora scontiamo?
Il divario di cui parla esisteva già da prima. La verità è che Torino e Milano erano città europee.
Anche Napoli lo era.
No, Napoli era un’altra cosa: una città con tutti i guasti e i difetti di un’area geografica che dopo il 1892, come ci hanno insegnato gli storici, era stata in qualche modo marginalizzata diventando periferia.
Guardi che il Piemonte svuotò le casse napoletane che contenevano qualcosa come 270 miliardi di euro. Il Borbone era molto ricco.
Sono cifre anche queste revisionistiche che tra l’altro non tengono conto di un’altra realtà: lo Stato sardo si indebitò fortemente per fare l’unità. Basta leggere Cavour di Romeo per sapere quali e quanti furono i prestiti cui Torino ricorse. Né bisogna dimenticare che l’Italia unita i debiti li pagò tutti – certo, probabilmente anche grazie all’oro napoletano. E poi: se il tesoro di Napoli era così grande, c’è da chiedersi il perché dello stato di arretratezza della Campania e della Sicilia. Ci sono le inchieste di Sonnino, di Crispi, di Franchetti, di De Sanctis e di tanti altri a dircelo. Eppure questi documenti vengono oggi sacrificati a tutto vantaggio di interpretazioni revisionistiche che molto spesso non sono provate – non per colpa di chi scriva ma perché sono in realtà difficilmente documentabili.
Se il Risorgimento fu un fatto nazionale, perché allora tutti i musei del Risorgimento sono al Nord e al Centro? Eppure di cimeli garibaldini e savoiardi il Sud trabocca.
Debbo dire che i musei risorgimentali sono civici quasi nella loro totalità. Vede, la città del Sud non è la città del Nord. È diversa, ha un altro un passato. Le città del Sud non possono avere quel sentimento di appartenenza civica che nasce dalla vocazione del comune teso a emanciparsi dal sovrano. Poi, voglio dire, va bene lamentare che certe cose non siano andate come si voleva, ma la verità è che il problema meridionale è all’agenda della nazione da Zanardelli in poi. Si può sostenere che fu male affrontato, ma non c’è governo italiano che non abbia avuto una strategia meridionale. Anche quello fascista interpretò il colonialismo in risposta a questa questione. Ma quando si trattò di andare in Libia ci andarono i veneti.
Anche i siciliani, altroché. Diventando carne da cannone.
No, non è vero. Il Sud non fu estraneo affatto alla conduzione della nuova Italia. Tutti i direttori generali della pubblica sicurezza, per esempio, sono stati meridionali. E allora bisognerà chiedersi se è da riconoscere una corresponsabilità del Sud nella sua arretratezza e nel fatto che non sia riuscito a trarre vantaggi dall’unità. 
Doveva essere il Sud a riuscire nell’impresa?
L’unità era un’occasione da cogliere. Non era possibile che fosse portata in casa. Fatta l’unità, ogni italiano si è svegliato con un mercato che era venti volte più grande di prima. Questo il Sud non l’ha visto. 
Forse sono mancate le premesse. Per dirne una, se Vittorio Emanuele II avesse cambiato, diventato re d’Italia, il nome anziché mantenere pure l’ordinale savoiardo, magari i meridionali si sarebbero sentiti di colpo italiani e avrebbero preso il treno. Sono gesti, è vero, ma questo in particolare poteva avere un effetto di sprone.
Molti glielo rimproverarono, ma bisogna rendersi conto che c’era un motivo di continuità dinastica. Al posto del re io mi sarei chiesto se non avessi dovuto sentire anche un dovere verso quella dinasta che aveva realizzato molte cose, fra cui l’Italia.