venerdì 13 giugno 2014

Attenzione, le storie stanno finendo






Le distanze tra lingua scritta e parlata si vanno sempre più riducendo. Il congiuntivo cede all'imperfetto, le proposizioni subordinate tendono a scomparire, il linguaggio si fa figurato, anacolutico, a volte metaforico. Invale la parola poco ricercata, il termine comune tentato dal luogo comune, la frase fatta.
Il dizionario si impoverisce e si accorcia per l'uso di abbreviazioni e simboli. La parlata estemporanea, improvvisata, a braccio, quindi approssimativa e sbrigativa, insidia quella frutto di una prosa sorvegliata e studiata. Il linguaggio scritto dei giornali sta velocemente mutuando dalla strada, per non perderne i contatti, queste tecniche di espressione che perciò rilancia rendendole di senso e dando loro una patente di correttezza e procedibilità. La televisione ha istituzionalizzato la parolaccia, l'argot dialettale, la pronuncia grado zero, sfoltendo al massimo la parte diegetica, narrativa, e arricchendo quella dialogica. Parlare conta più che scrivere e quanto a leggere è un esercizio inutile se non stupido se fatto sui libri.
Quali sono le cause di un'involuzione che è sinonimo di regresso civile? Una per tutte: l'insorgenza di una forma di scrittura e di lettura non tradizionale (Sms, What's, email, siti e blog web. social forum) corrispondente all'abbandono di quella storica e ufficiale. Meno libri si leggono e più l'oralità si fa strada desertificando la cultura. Il fenomeno dimostra (finalmente, verrebbe da dire, perché non si è mai voluto credere a questo teorema) che i libri sono portatori di cultura e di civiltà e che quanto più non si leggono tanto più ci si imbarbarisce.
Un fenomeno estremamente subdolo, dal momento che induce a pensare a un progresso (che invece è solo tecnologico) sostenuto da un processo di innovamento indicato anche come di rinnovamento. Chi usa i mezzi tecnologici crede di leggere e scrivere più di quanti se ne privano e finisce per convincersi che lettura e scrittura siano strumenti utili alla comunicazione e non alla conoscenza, proprio perché è nel campo della comunicazione che vedono applicate appieno entrambe le funzioni. Quanto alla conoscenza, diventa un'utility che gli stessi social forum e internet bastano a soddisfare.
Questo mondo, detto una volta "realtà virtuale", va diventando l'unica realtà possibile e auspicata: da migliorare e potenziare anziché disciplinare e comprimere. Invece di giovare a integrazione della conoscenza data nelle sfere tradizionali punta a sostituirsi ad esse, attribuendo alla stessa conoscenza il significato nuovo e distorto di informazione. 
Si parte dal presupposto che il libro, saggio o romanzo che sia, è noioso, faticoso, dispersivo e logorroico; in una parola impraticabile in un'epoca nella quale il tempo non va più vissuto ma investito: in profitto e in piacere. Quello che era inteso come "tempo libero" oggi è visto come "tempo da impiegare diversamente" perché quanto era possibile fare solo nelle ore postlavorative o cosiddette di "riposo" oggi è possibile, con uno smartphone o un tablet in mano, a tutte le ore. Il riposo diventa dunque un tempo da dedicare ad un'altra attività, anche ludica, ma non meno importante di quella lavorativa, che non è più primaria.
In una prospettiva tale che dà del tempo pieno un'accezione nuova di vita piena, dove non c'è più motivo di diversificare le attività e di distribuirle nella giornata, il libro costituisce un rallentamento, un colpo di freno: ancor di più se di narrativa, che adduce inverosimiglianza e porta alla favola.
Oggi i giovani non si raccontano più i sogni, che valgono l'inutilità dei libri, e quasi se ne vergognano: non tanto perché li fanno ma perché dormono. Tuttavia durante il sonno molti trovano anche come impiegare il tempo perso scaricando film, musica, programmi, gestendo da remoto giochi di ruolo, ricaricando lo smartphone, lasciando il pc a fare la scansione completa... 
Non vale più il principio musulmano stabilito nello Zohar, il "Libro degli splendori", secondo cui un sogno non interpretato è come una lettera non aperta. Si tratta perlopiù di una lettera da gettare via ancora chiusa e il cui contenuto non interessa più. Al riflusso degli anni Ottanta e al ritorno nel privato si è passati oggi a una forma di socializzazione dove il pubblico è un campo da "condividere" e dove il minimalismo individuale diventa, con un ritorno revisionato allo spirito degli anni Sessanta, un bene da mettere in comune e reso globalizzato.
Il libro che costituisce un'esperienza addirittura intima e certamente personale, mezzo capace di creare la favola accendendo la fantasia fino al punto da fare di ogni lettore un coautore o un rifacitore del libro stesso, non ha più cittadinanza in questo nuovo ordine: ancor più perché richiede l'esercizio della riflessione, tempi lunghi di recepimento e meditazione, riletture e ritorni al testo. Può avere un ruolo se convertito in uno strumento multimediale che accolga il suono e l'immagine accanto al testo, purché questo sia breve ed essenziale. In questo quadro neppure l'ebook può godere di fortuna perché non è che un libro che ha fatto il trapianto.
Ma poco tutto ciò potrebbe importare dal momento che il libro, come un tempo il volumen e prima ancora il codex o la scrittura murale o i papiri, non è che uno strumento per raccontare storie o divulgare fatti. Il vero problema non è tanto la fine del libro, ma quella del suo contenuto: la conoscenza. Se questa si riduce a mera informazione (per cui conta sapere cosa succede per difenderci hic et nunc, senza pensare al domani e indifferenti al passato, e non conta più sapere per conoscerci e quindi per migliorare non nel nostro censo ma nella nostra etica e nel modo di essere uomini) e se perciò ricerchiamo il vantaggio immediato per farci - mercé la tecnica - simili a Dio, succede allora quanto predice un proverbio africano: se gli uomini pensano di diventare dei, gli animali diventano uomini.
C'è un altro proverbio africano che dà la misura dell'importanza delle storie: finché i leoni non inventeranno le loro storie, gli uomini continueranno ad essere gli eroi dei racconti di caccia.
Ma è davvero possibile che le storie finiscano? Sì, se ci scambiamo informazioni per scambiarci notizie al fine di ottenere dalla vita maggiori piaceri e migliorarci economicamente e se smettiamo di raccontarci i sogni, di interpretarli, di mentirci fornendoci versioni e quindi inventando storie rendendole affascinanti. Raccontare una storia in 150 battute è possibile ma più che altro è opera di bravura e non di immaginazione. Che è quella che va scarseggiando.
C'è però un altro problema: come far sì che i cosiddetti "lettori forti" (oggi però meno forti di un tempo) possano salvarsi dalla palude e continuare a leggere libri. Non c'è che una soluzione: esperire il massimo dell'escapismo, come suggeriva Italo Calvino, il cui antidoto alla contaminazione della circostanza era dato dall'astrazione dal presente. Se è vero, come dice Unamuno, che l'uomo è la sua circostanza, quindi è quello che è oggi, il suo presente, allora eludere il presente diventa una via di salvezza e di fuga.
Astrarsi - elevarsi - dal presente significa anche scegliere di abitare gli altri due tempi possibili: il passato e il futuro. Ed è lì che abita la cultura, che è la capacità di evocare e presagire mondi, il primo perché ci dica chi siamo, il secondo perché ci predica chi saremo. Questa capacità è offerta essenzialmente dai libri ed è ben nota ai letterati, ai filosofi e agli scienziati.
Non vivere il presente, o meglio non condividerlo. Ecco il segreto per non finire nella palude. Non vivere dunque la politica, il contingente, l'informazione quotidiana. E' possibile se si è escapisti e si riesce a rendersi estranei anche a se stessi.