giovedì 30 giugno 2016

Il ritorno dei Forconi in Sicilia. Anzi no


Vorrebbero tornare ma non sanno come fare, perché non sanno né chi sono né quanti sono. Pochi comunque. In vista del cosiddetto “sciopero della terra”, tenuto a fine maggio su iniziativa del movimento nazionale chiamato “Riscatto” (protesta che in Sicilia ha la sua roccaforte a Vittoria) e celebrato praticamente in sordina, i forconi che fanno capo a Mariano Ferro e Giuseppe Scarlata, uno presidente e l’altro vice del direttivo regionale, hanno solo potuto dichiarare la loro adesione, limitandosi a incitare da lontano i sindaci a ridurre le tasse comunali perché nell’impossibilità di organizzare un manipolo da schierare in piazza. Non diversamente era andata il 24 marzo quando a Vittoria era stato lanciato il proclama per l’occupazione dell’Ars.
“Non abbiamo più la forza di un tempo - ammette l’avolese Ferro, che oggi vive della piccola rendita provento dell’affitto di una proprietà terriera. - Ma questo non vuol dire che sono venute meno le ragioni che suscitarono la protesta né le motivazioni per rilanciarla. Anzi si sono accresciute. Ci mancano però le risorse, soprattutto economiche oltre che umane. I manifesti costano, le manifestazioni e i viaggi costano. Quel che mi auspico è che un ricco sostenitore della causa siciliana possa finanziare i forconi e permettere la ripresa della battaglia”. Siamo dunque ai sogni fatti ad occhi aperti. L’esercito allestito quattro anni fa, che fu capace di paralizzare la Sicilia e mezza Italia, si è sciolto da tempo lasciando il rimpianto di una stagione irripetibile e il rimorso per i tanti errori commessi.
Giuseppe Scarlata
“Arrivammo un anno prima dei grillini, tant’è che Cancellieri faceva i sit-in con noi - dice il sancataldese Scarlata, imprenditore agricolo. - Fummo noi a cavalcare il malcontento popolare, che poi venne raccolto dai Cinquestelle per non essere stati in grado di trasformare la protesta in una proposta politica, di farci movimento organizzato nel momento in cui ci levammo dalla strada”. Allo stesso modo Ferro riconosce che fu un errore irreparabile sedersi al tavolo con il governo regionale: “Lombardo ci disse che la colpa della crisi agricola e dell’economia siciliana era del governo nazionale e Roma ci disse che la colpa era dell’Europa, così finì che ci sterilizzarono e ci mandarono a casa”.
Francesco Crupi
Nel momento in cui i forconi pensarono dunque di politicizzarsi, di cercare alleanze e di misurarsi con le altre forze, persero la loro carica e la stessa ragione d’essere. Francesco Crupi (imprenditore agricolo di Paternò e forcone della prima ora insieme con Ferro, Scarlata e il marsalese Martino Morsello) parla di causa tradita: “Ci presentammo alle elezioni regionali del 2013 sperando non certo in un miracolo ma per testimoniare la nostra presenza politica, senza pensare ad alcuna leadership. E fu l’inizio della fine, perché ad alcuni di noi giunsero offerte che hanno svuotato di significato il movimento”.
Crupi imputa il tradimento a Ferro, che avrebbe preteso di essere visto come l’unico leader: “Mi accusò di essere stato inopportuno per avere denunciato il tentativo di politicizzazione del movimento, ma sta di fatto che alla manifestazione del 18 dicembre 2013 a Roma lui non si fece vedere, per cui l’abbiamo mollato”.
Crupi è andato avanti da solo, fondando “Alba siciliana”, un movimento legato a Riscatto e co-promotore in Sicilia dello “sciopero della terra”, un’iniziativa influenzata dall’imminenza del voto del 5 giugno. Crupi lavora a portare forconi dalla sua parte e opera in vista delle prossime Regionali progettando un’ampia federazione con dentro pescatori, agricoltori e anche indipendentisti. Ricorda che ci furono minacce e che i forconi furono costretti a ritirarsi. Il fallimento della protesta nazionale del 9 dicembre 2013, che rappresentò il più concreto tentativo di dare al movimento una statura nazionale, fu la conseguenza, secondo Crupi, dello sfaldamento della linea siciliana. Che però si era disunita già al momento dei sensazionali blocchi stradali di inizio 2012.
Martino Morsello
Quando Martino Morsello, artefice dei moti inscenati nella Sicilia occidentale, soprattutto nel Trapanese, si alleò con Forza Nuova, organizzazione di estrema destra, il fronte dei forconi si ruppe infatti in maniera irrimediabile. Morsello fu espulso ma non per questo rinunciò ad agitare la bandiera dei forconi. Forse perché il solo ad avere avuto esperienze politiche sia di lotta che di governo, mantenne la sua posizione nel campo neofascista e soprattutto registrò il simbolo del movimento, quello della Sicilia con i forconi a decusse, e praticamente se ne appropriò. La disputa, anche legale, sulla titolarità del marchio è arrivata fino ai nostri giorni, ma di fatto a presentarsi come “movimento dei forconi” è oggi Morsello che gestisce anche una pagina facebook insieme con la figlia Antonella (anche lei parte del movimento, compagna del comasco Frediano Manzi, leader di destra di un’associazione anti-usura e oggetto nel 2012 di un agguato rimasto ignoto), mentre Ferro e Scarlata hanno dovuto inventarsi un altro simbolo, un’Italia stilizzata da un popolo di forconi, e un’altra ragione: “Forconi, fuori dalle regole”.
Queste divergenze originarie hanno minato il movimento sin dall’inizio, nei giorni caldi del massimo successo. Partito da un’occasione inaspettata, ha bruciato le tappe e molto presto anche le proprie risorse. L’occasione fu rappresentata nel 2011 dalla visita a Vittoria del ministro siciliano dell’Agricoltura Saverio Romano, arrivato dopo due ministri veneti. Ad un incontro con gli agricoltori, il leader dei “pastori sardi” Felice Floris, invitato da Ferro, lanciò l’appello alla costituzione di un movimento che battezzò dei forconi. I quali nacquero perciò sulla spinta di una rivolta popolare proclamata davanti a un ministro della repubblica. Il 16 gennaio 2012 i neonati forconi diedero vita a quella che minacciava di diventare una vera jacquerie e alla quale parteciparono, a fianco degli agricoltori, anche degli autotrasportatori. Ma fu una rivolta corporativa, limitata a due sole categorie. Rimasero sostanzialmente estranei i pescatori, gli allevatori, i vitivinicoli, i braccianti, gli edili, gli studenti e i lavoratori dipendenti.
Lo sforzo di raccogliere altre forze e di creare un fronte organizzato fu tentato da Ferro e Scarlata con l’adesione dei forconi a “Forza d’urto”, un’operazione che Crupi deplorò duramente. Si creò quindi un asse, costituito da Forza d’urto e dall’Aias, entrambe associazioni di autotrasportatori, il cui effetto fu di relegare in seconda fila i forconi e soffocare le rivendicazioni alla base dell’insorgenza primaria a favore dell’agricoltura.
“Giocarono anche altri fattori di destabilizzazione - spiega Scarlata. - Un peso notevole, inteso a delegittimare il movimento e scoraggiare i manifestanti, fu quello esercitato da Ivan Lo Bello che parlò su tutti i giornali di infiltrazioni mafiose. La sua uscita immotivata, priva di fondamento e certamente strumentale, spaventò moltissimo i forconi che persero l’accanimento necessario. Furono fatti molti errori, è vero, com’è tipico nelle lotte spontanee, ma sono certo che oggi le categorie che allora non parteciparono, come i commercianti e gli artigiani, sono pronte a unirsi perché le cose sono peggiorate: nei campi la manodopera anche italiana viene pagata secondo le tariffe in vigore in Tunisia, 25 euro al giorno, le materie prime costano di più, mentre continuano a crescere i rincari energetici e il mercato privilegia la produzione di Paesi terzomondisti a prezzi per giunta imposti. Oggi le braci covano sotto le ceneri molto più che nel 2011 e il movimento è più vivo che mai oltre che molto più maturo”. Però non risorge.
La ragione è dovuta anche alla presenza del Movimento Cinquestelle, che per Scarlata “è nato dentro il sistema dei partiti allo scopo di calmierare la protesta, alzando barriere contro il malcontento. Il potere combatte chi lo sfida”. Proprio Scarlata sta pagando, a distanza di quattro anni, la militanza alla guida del movimento. La sua azienda zootecnica deve fare i conti con pratiche avviate a rilento, una burocrazia esasperante e un atteggiamento sostanzialmente di chiusura che può ben determinare rovesci finanziari. “Ero iscritto alla Cia e se entrai nei forconi - ricorda - fu perché capii che le associazioni di categoria perseguono interessi diversi da quelli degli allevatori. Oggi è ancora peggio, ma chi fa qualcosa sbaglia”.
Nessuno fa infatti niente. Gli agricoltori sono tornati nelle loro aziende e i trasportatori sui loro autoarticolati, senza più possibilità alcuna di ritrovarsi insieme in piazza o ai caselli autostradali con Tir e trattori di traverso, perché le vertenze si sono ormai divise. Le condizioni dei primi si sono aggravate mentre i secondi hanno visto accolte alcune loro rivendicazioni e sentono un po’ meno l’urgenza di riprendere il forcone in mano.
Il prezzo del gasolio è sceso e gli autotrasportatori lo pagano 80 centesimi contro 1 euro e 20 di quattro anni fa; i benefici al Sud sono arrivati per il gommato nella misura di 45 milioni per tre anni; le accise sono state ridotte a 21,4 euro ogni mille litri contro i 25 del 2012; c’è il ferrobonus sullo Stretto di Messina per le Ferrovie dello Stato e si aspetta anche l’ecobonus delle compagnie private; e sono in cantiere le autostrade del mare. Sembrerebbe dunque che gli autotrasportatori non abbiano più niente da spartire con i forconi. Ma non è così.
Se è vero che i cosiddetti “padroncini”, quelli che nella gran parte costituirono lo zoccolo duro nella protesta del gommato, oggi rischiano l’estinzione, prevista entro i prossimi cinque anni, e che chi può lavora con i “flottisti”, imprenditori singoli che organizzano il trasporto servendosi appunto di ex trasportatori in proprio, è anche vero però che i prodotti agricoli e ortofrutticoli sono l’unica merce che viaggia sui Tir in partenza dalla Sicilia: soprattutto quest’anno, in presenza di una inattesa superproduzione agrumicola che ha però fatto abbassare i prezzi. Esaurita la produzione, il gommato rallenterà.
Giuseppe Richichi
Giuseppe Richichi, catanese, presidente dell’Aias, è tra quelli che hanno finito per contestare le battaglie dei forconi, che negli ultimi tempi si sono rivolte anche alla salvaguardia dei diritti dei più indigenti, come nel caso di un’anziana pensionata di Vittoria sottoposta a sfratto e nell’impossibilità di trovare sistemazione: “Il pignoramento della casa non interessa all’imprenditore, che ha altri problemi. Mariano Ferro ha creato illusioni alla gente, ma quel che mancano sono programmi, azioni, interventi”. Manca soprattutto la produzione. La Sicilia non produce che prodotti agricoli e non trasporta Oltrestretto che i frutti della campagna.
“È il vero problema quello della produzione che non c’è più - dice Richichi. - Trasportiamo merce confezionata, facciamo magazzino e basta. E scendiamo in Sicilia acqua imbottigliata, mentre non è certo l’acqua che ci manca. Una volta trasportavamo carpenteria pesante per le centrali nucleari e le Ferrovie, cabine elettriche prodotte alla zona industriale di Catania, svariati prodotti industriali. Oggi solo agrumi”.
Agricoltori e autotrasportatori continuano perciò a dividere il loro destino e non c’è chi li rimetta insieme sulla stessa strada. Carmelo Lampuri, titolare di una ditta di autotrasporti di Giarre e presidente di Forza d’urto, la sigla che con l’Aias firmò la sospensione dello sciopero a nome anche dei forconi, non vuole al momento saperne: “I forconi vorrebbero tornare in piazza domattina, ma ho detto no a Ferro. È tempo perso”.
Ma anche Lampuri conviene che le cose peggiorano sempre più: “Costi alti di personale, autostrade, navi, aumento delle tasse: i benefici sono solo teorici. Le accise ci sono state ridotte, è vero, ma avremo i rimborsi solo fra qualche mese. Così anche per i ferrobonus. Intanto un viaggio dalla Sicilia a Milano costa da 3100 a 3300 euro e al ritorno non rimangono che pochi spiccioli. C’è poi l’art. 174 sulle ore guida ad aggravare la crisi: un autista può guidare nove ore e deve riposarsi altre nove. Attraversare lo Stretto richiede peraltro tre, quattro ore. Paghiamo di più e produciamo di meno, a meno di voler aumentare il parco mezzi e il personale, che significano altri costi”.
Mariano Ferro
Ferro dal canto suo aspetta il momento per tornare sulla scena: “Lavoriamo a qualcosa di imponente. L’abbiamo detto anche a Crocetta: ‘Saro, noi facciamo il lavoro sporco e tu cavalchi l’onda. Ti diamo forza per andare a Roma e a Bruxelles per ottenere vantaggi per la Sicilia’”. Ma con chi Ferro voglia riprendere la lotta non si sa. I leader storici, tranne Scarlata, si sono defilati. I partiti non hanno più interesse ai forconi, che si sono dissolti. Tutto questo non scoraggia Ferro che pensa ad alta voce: “E se mettessimo in tutta Palermo cartelloni giganti per dire ai politici di andare a casa non sarebbe un modo per tornare sulla ribalta?”. Forse. Ma chi li paga i 6x3?