venerdì 4 febbraio 2022

L'ultimo testacoda di Donato Carrisi

 


Il più acclamato scrittore del momento, quello definito dalla sua casa editrice “il maestro italiano del thriller”, non conosce la differenza tra magistrato e giudice, termini che usa indifferentemente. Pur vantando nella sua biografia (a suo dire) studi di Giurisprudenza e una specializzazione in criminologia, Donato Carrisi ritiene che le funzioni del magistrato siano le stesse del giudice, sicché nel suo ultimo successo, La casa senza ricordi  (Longanesi), può scrivere del suo eroe Pietro Gerber che “la vecchia amica magistrato in passato lo chiamava spesso per svolgere perizie per conto del tribunale dei minori”, nomina che in verità spetta a un giudice, quale subito dopo l’autore chiama Anita Baldi, che come giudice può poi convocare comunque una conferenza stampa… insieme alla procura, cosa che nessun giudice al mondo potrebbe mai fare perché violerebbe il principio di terzietà. Insomma un pastrocchio.
Appare chiaro che nemmeno gli editor della Longanesi sanno distinguere la magistratura inquirente da quella giudicante, sempreché abbiano mai messo mano al testo, cosa che gli editori italiani si guardano bene dal fare se si tratta di un autore che porta quattrini. Così, lasciato libero di scrivere come sa, Carrisi sciorina un romanzo di altissima classifica dove a difettare è la lingua italiana e ad abbondare sono le scempiaggini, senza che un solo critico letterario della lunga schiera di laudatores in attività, da D’Orrico in su, ne abbia rilevato anche un solo esempio.
E ci sarebbe qui da fare una seria riflessione sui gusti e la qualità dei lettori di oggi che celebrano romanzi dove si possono allegramente leggere testi sufficienti non tanto per una stroncatura quanto per una bocciatura. Il campionario in Carrisi è rappresentativo dello strame fatto di grammatica e sintassi: “Non ricordava quasi più da quanto tempo non ci rimettesse piede”, “Gli inquirenti a volte cercavano di forzare i fatti per farli combaciare con la versione che gli faceva più comodo”, “Inezie, ma più ci pensava e più s’incaponiva a cercargli un significato”, “c’era voluto del tempo per persuaderla che fosse una mera fantasia”, “Forse ho capito perché tu abbia avvertito il bisogno di fornirmi questa testimonianza”, “le tensioni e le successive riappacificazioni”.
E’ solo un assaggio delle incongruenze e improprietà di linguaggio che profilano un libro scritto senza essere rivisto e in tutta fretta perché arrivasse presto in libreria. Già nelle primissime righe del Prologo troviamo espressioni come “alle ore 6.23 circa”, “vestiti, coperte e altri oggetti che facevano ritenere che l’auto fosse attualmente l’unico domicilio dei due”, ma appresso è incalzante la quantità e qualità degli spropositi in fatto di metafore, similitudini e frasi ad effetto del tutto senza senso quando non anche risibili: “Non solo era la più esperta nelle questioni che riguardavano i bambini. Era la migliore”, “Pregò lo stesso Dio a cui non aveva mai creduto che i suoi timori fossero infondati”, “Che giorno è oggi? Credo che sia febbraio”, “Gerber non riteneva di poterlo annoverare tra i papabili” (un bimbo di dieci anni sospetto), “cadaveri imprigionati di piccoli uccelli”, “azioni orripilanti” (per abominevoli), “Sta scritta sul muro dietro le stalle” (frase letta da un bambino di quattro anni), “Vorrei che ti concentrassi bene e che provassi a inspirare ed espirare nel momento preciso in cui ti sembra che il battito diventi più forte” (psicologo a un dodicenne albanese che non parla e col quale lo stesso psicologo ha pensato di comunicare attraverso disegni), “Liberò gli intestini da una rumorosa scorreggia, perché uno dei vantaggi della vecchiaia era proprio la possibilità di dissacrare la perfezione del Creato (motto di saggezza inarrivabile), “Anche se erano appena le cinque del pomeriggio, il buio invernale era già calato su Firenze, strisciando tra i vicoli e le strade del centro storico come una bava nera e brillante”, “La scoria che si accompagnava alla devastazione era una cupa solitudine”, “La luce del giorno si affievolì assumendo una tonalità rossastra simile a un tramonto permanente”, “liberando via via alberi e cespugli dalla prigione del buio”, “Le spettrali voci del bosco di notte”, “Non devi più avvicinarti alla porta della cantina (detto a un cane che sa cosa significa avvicinarsi), “pensiero-parassita che aveva cominciato a crearsi un nido confortevole”, “Gerber lasciò che gli occhi si abituassero a quell’atmosfera rarefatta” (in una casa disabitata da tempo), “Ogni anziano sa che, anche se i secondi scorrono leggeri, i minuti sono pesanti come sassi”, “Nel tentativo di distrarre la sua ansia”, “ostinarsi a cercare particolari fuori posto che rimettevano in moto la spirale dei pensieri”, “con la lingua impastata, come se avesse mangiato un pugno di sabbia”, “L’arrivo di internet si era abbattuto con gli stessi effetti di un olocausto nucleare sul lavoro dell’agenzia matrimoniale”.
Nella forma espositiva il romanzo è un omaggio alla banalità del linguaggio maggiormente privo di proprietà e ricercatezza, un corrivo carosello di luoghi comuni, modi di dire del gergo popolare, cascami di prosa sciatta e piatta, come parlata e incontrollata. Se lo stile non è voluto, si tratta allora del grande deficit di un autore che guarda la pagina e vede lo schermo. La sostanza è quella infatti del soggetto cinematografico e il trattamento richiama il modello della sceneggiatura, per modo che ogni capitolo coincide pressappoco con una scena che si conclude sempre, al prezzo di cadere nell’artificio e nello stucchevole, con una sospensione incaricata di creare l’attesa e innescare il page turner. Il colpo di scena al cambio di scena e quindi di capitolo è una trovata che Carrisi ha posto a personale statuto nello spirito di un progetto che, basato sulla ricorsività, finisce però per sostituire lo scontato all’imprevedibile. Così la narrazione diventa un gioco e l’attesa del lettore mutua un atto di preparazione alla successiva sorpresa, nella certezza che in questo modo lungo ogni capitolo non si trovano svolte ma solo svolgimenti. Il canone diegetico appare per questa via drogato e macchinoso, tale da determinare un salto di genere, dal thriller al fantasy, dovuto alla spasmodica ricerca dell’effetto teatrale che però, se portato alle sue massime possibilità, adduce esiti irreali, molte volte assurdi, tipici della fiaba alla quale non è richiesta la verosimiglianza né il rispetto del principio minimo di realtà com’è per un thriller o un noir
Nel Carrisi della Casa senza ricordi mancano del tutto plausibilità, coerenza e aderenza al vero: a cominciare dal motivo dominante, l’ipnosi come arma per impossessarsi della volontà altrui. Il cosiddetto “affabulatore”, il ladro di menti, viene definito in questi termini: “uomo capace di corrompere la volontà di chiunque, piegandola ai propri scopi. La natura dell’affabulatore era cinica, perversa. La parvenza quasi romantica del nome non doveva far dimenticare a Gerber che aveva a che fare con un mostro che si arrogava il potere di interferire con la psiche altrui”. Ora, non considerando che l’epiteto di “affabulatore” è stato attribuito dallo stesso Gerber al misterioso ipnotista e non integra una condizione o una qualifica professionale, se davvero esistesse un uomo con tali poteri tutti i Servizi segreti del pianeta non se ne sarebbero occupati da un bel pezzo? Carrisi garantisce tuttavia alla fine che tali capacità umane sono reali e documentate, senza rendersi conto che se fossero tali sarebbero un doppione dell’impossessamento demoniaco e delle capacità paranormali.
Cosa fa piuttosto il vero affabulatore, cioè Carrisi? Intrama una vicenda basata su supposte basi scientifiche e mediche valendosi però di elementi presi di peso dalla sfera dell’horror e del satanico, utilizzando addirittura lo stesso linguaggio: in questo modo offre al lettore una storia apparentemente dal vero e dal certo che in realtà intrude l’occultismo, col risultato di spacciare per esimi scienziati e capaci ipnotizzatori non altro che inquietanti esorcisti alle prese con vittime indemoniate, ovviamente di tenera età per creare maggiore effetto. Di realistico la storia di mamma e figlio albanesi (non a caso albanesi: perché Gerber possa così dire alla moglie che nessuno ne prova compassione) tradisce l’esplicito richiamo al caso avvenuto nel Messinese nell’estate 2020 quando una madre e il suo bambino si persero nelle campagne di Caronia e furono poi trovati morti nel sospetto che lei avesse ucciso il figlio. Carrisi immagina invece che il mostro sia proprio il bambino (e lo assimila addirittura al “mostro di Firenze”, la città di ambientazione del romanzo) e non esita a teorizzare che è meglio un bambino morto anziché scomparso, perché solo se morto nessuno può fargli del male! Senza rossore alcuno dunque spiega: “Un figlio sparito nel nulla l’avrebbe costretta a trascorrere il resto della sua vita in una casa senza ricordi”. Dunque meglio un figlio morto anziché vivo sia pure in pericolo, decreta Carrisi. 
Perché poi una casa debba essere senza ricordi nell’eventualità di un figlio sparito è questione (simile a quella per cui la mente è più potente della coscienza) che l’ineffabile autore risolve in un teorema dell’assurdo: “Quelli del passato fanno male. Quelli futuri non hanno alcun senso”. Dunque apprendiamo che ci sono anche ricordi futuri, che però - e per fortuna - non hanno senso, magari perché impossibili.
Stavolta (ma non solo stavolta ahinoi) Carrisi si è imbrogliato nella sua stessa matassa e, cercando una via d’uscita, cioè uno sviluppo, che destasse ammirazione e meraviglia, ha esitato un finale più da frottola che da fantasy, preferendo alla fine lasciare le carte coperte e il lettore libero di scegliere la sua soluzione. Il non-senso del romanzo è tutto nella sua idea di base: la sfida a distanza di due ipnotisti che si combattono con arti magiche passando da scienziati da Confraternita a stregoni da contraltare. Il magistrale è nella tesi del “Signor B.” secondo il quale “nessuno è disposto a credere alle storie dei bambini” quando proprio i bambini sono incapaci di mentire e l’ipnotista numero uno, Gerber, fonda l’intera sua iniziativa sul racconto, per giunta in trance, di un bambino al quale crede senza esitazione e che peraltro si esprime in uno stile narrativo identico a quello dell’autore, cioè da adulto.