mercoledì 8 gennaio 2014

L'inverno siciliano? Un caporale



Se Zosimo, l’eroe camilleriano de Il re di Girgenti, brucia i libri per provocare la pioggia e vincere la siccità quando Calibano, l’antieroe scespiriano de La tempesta, vuole su un’altra isola mediterranea che per vincere Prospero gli siano tolti proprio i libri, quel che appare meno credibile non è tanto il potere magico riconosciuto ai libri quanto la possibilità di una tempesta alle nostre latitudini.
Eppure è una tempesta che ne I Malavoglia, subito dopo Capo Mulini, travolge la Provvidenza e uccide Bastianazzo di padron ‘Ntoni. Ma si tratta di una tempesta che capita a settembre (sia pure quel settembre «traditore che vi lascia andare un colpo di mare tra capo e collo»), quindi del tutto fuori stagione: a significare che Verga non riesce a immaginare l’inverno. Non è il solo, in verità, in una Sicilia dove la “stanza dello scirocco” è più urgente di un focone e il vento di simun più temuto della tramontana. In Il cavaliere e la morte di Sciascia, il Vice dice infatti di essere sì siciliano ma di quella “Sicilia fredda” che «nessuno qui riesce a immaginare», dove “qui” indica sempre la Sicilia, la più vera, cioè la più calda. 

Dunque ci sono, climaticamente, due Sicilie: ragione per cui (come, per studiare i vortici, i filosofi greci osservavano non cicloni e trombe d’aria, che dovevano vedere molto raramente, ma i gorghi dei fiumi) i narratori siciliani non riconducono automaticamente il maltempo all’inverno perché dell’inverno, fatto di gelo e burrasche, non hanno perlopiù che un’idea di massima. Del resto Leopardi non teorizzava che le opere dell’immaginazione «nascono sotto un cielo azzurro e dorato, in un’aria riscaldata e vivificata dal sole» e non «tra le pareti di una camera scaldata da stufe» come al Nord? Cosicché, per darne non più che una rappresentazione e prendersene anche gioco, ne Gli anni perduti Brancati immagina che «i giovanotti più in vista avevano acquistato tutti quanti soprabiti di pelo da eschimesi, e così gonfi e protetti passeggiavano sotto un sole quasi primaverile», mentre altri «indossavano soprabiti dalle spalle rigide e prolungate, per cui un’aria di robustezza circolava nella gioventù di Natàca»: un’aria di improbabilità e di incongruità, diciamo meglio noi. La stessa aria che peraltro aleggia sull’isola delle bufaliniane Menzogne della notte, dove in un’altalena di schiarite e corruschi, lune e tuoni, sotto un cielo indistinto di pioggia e afa, l’inverno arriva inopinatamente anzitempo. Il primo a sorprendersi è Bufalino che recrimina: «Il freddo, ora che ci ha colto a bruciapelo nei nostri abiti leggeri, nelle nostre mani nude, non finisce di sembrare un intruso malevolo, in paese se ne parla con asprezza; come di una cosa venuta dal Nord, come di una premeditata sopraffazione». 
Nell’“intruso malevolo” è Pirandello a scorgere il sembiante della vecchiaia e un simulacro di morte: «Chi può dire d’inverno quale tra tanti alberi sia morto? Tutti pajono morti» osserva in Il coppo per poi fare di Adriano Meis de Il fu Mattia Pascal un pessimista indotto proprio dall’inverno a vedere nero il suo futuro e a conformare l’animo alla stagione, tanto da dirsi: «Ma sta’ a vedere che non debba più far nuvolo perché tu possa godere serenamente della tua libertà». 
L’inverno è perciò uno sfaglio, un evento che non esplode come fa l’estate ma che giunge lento e prematuro, qual è quello che vede Vittorini: «Si fa inverno a giornate, improvvisamente, quando meno lo si aspetta, direi ahimè senza stagione. Si fa inverno colle prime acque, a settembre, alla fine di ottobre, ai primi di novembre, nelle interminabili sere di dicembre e, finché matura nella luce piana, nel freddo morbido sole da giardino del nostro gennaio meridionale, si fa continuamente inverno a ogni soffio di vento, a ogni mutare di onda e di nuvolone».
Anche per Bonaviri il vento è, con le campane, l’elemento naturale dell’inverno «aggrigiatutto», «quando ogni cosa assume una dimensione maggiore per la brevità del giorno», sicché i venti, secondo i mesi, prendono una diversa dilatazione, moltiplicandosi come il suono delle campane e vibrando insieme «nei vetri e nei sassi». L’enorme vento di Bonaviri integra in Consolo un’epica dell’esistenza, l’inverno traducendosi in “invernata”, metafora di una condizione umana estrema mutuata dalla natura in tumulto, sospesa in una maggiore durata, ancora più dilatata dunque, sicché la rivolta dei “non si parte”, in La volpe di donna Elisa, non si può che svolgere su un piano di disordine che si espande in tutta la Sicilia: «Tirava un vento di levante, vento che strisciava sopra i ghiacci dell’Etna, rotolava per la piana di Catania, increspava l’acqua del Simeto e di Pergusa, sfiorava Morgantina e il Casale, mugghiava tra le pietre di Filosofiana e di Bubbònia, s’abbatteva sopra Mazzarino. Neve era dentro il vento, sbruffava, vorticava, a terra si squagliava. Tempo di lupi, di sparvieri e di briganti. Deserte erano le strade del paese, solo per stretti vicoli, dietro cantonate, scivolava rasente il muro qualcuno intabbarrato, la testa china, dentro lo scapolare nero col cappuccio»; lo stesso piano di disordine che circonfonde in Ratumemi la ribellione dei contadini contro i baroni, controprova che solo in conformazioni naturali critiche dovute all’inverno sono possibili comportamenti supremi: probabile retaggio di un trauma mai elaborato dalla coscienza siciliana, quello del “tremuoto ranni” del gennaio 1693 (320 anni fa esatti), che distrusse il Val di Noto con effetti perturbativi non diversi da quelli che il “Generale Inverno” ebbe su Napoleone. 
Non a caso gli effetti della micidiale miscela inverno-terremoto li ritroviamo ne I Viceré sotto la specie di un doppio spavento che tantalizza i monaci del convento di San Leo sull’Etna: dove «la tramontana turbinava attorno al povero e rustico fabbricato, tagliava la faccia, scottava le mani, gelava ogni cosa» e «la montagna s’apriva, vomitando fuoco e cenere ardente».
Ma questa idea di inverno è fuori dal canone se Ercole Patti, volendo descrivere una giornata invernale a Pozzillo, non racconta che l’attività irenica di un paese d’amare, dal sole che sorge fino al suo tramonto, mentre in un’altra pagina di Diario siciliano parla di una pioggia incessante per dire appena che «sale su dalla campagna inzuppata un’aria fina e umida da estremo autunno e da inverno insieme che ha una sua dolcezza profonda e solitaria».
Alla fine il senso del vero inverno siciliano è tutto dentro un racconto di Brancati, Una serata indimenticabile, in poche righe girate in forma di infingimento a sostenere un atteggiamento e immaginare qualcosa che non c’è: «Quella sera di gennaio fu limpida e fredda. I tre amici arrivarono a pochi minuti uno dall’altro, scuotendo dal soprabito la rugiada, col gesto di chi scuote la neve, perché piaceva alla loro anima romantica immaginare che gli episodi di quella sera si svolgessero in un clima rigido, sotto l’inclemente cielo del Nord». Come Bufalino e Leopardi, anche Brancati vede l’inverno come una stagione d’altri luoghi. Che non si sente, ci dice Pirandello, se si è contenti. Un modo d’essere insomma, nulla più.