lunedì 13 febbraio 2017

Il laboratorio siciliano e lo Statuto materiale

La prima pagina del decreto regio di concessione dello Statuto siciliano

Una nuova forma di ascarismo si sta impadronendo della politica siciliana dopo quella voluta da Giovanni Giolitti quando mutò i deputati meridionali in servili soldati, alla maniera dei miliziani eritrei associati da estranei alle truppe coloniali. Il crescente appiattimento delle dinamiche politiche siciliane sugli sviluppi nazionali (l’ultimo caso è quello del Pd) sta minando alle radici un istituto di prassi politica isolana, chiamato “laboratorio siciliano”, che si è distinto per originalità e coraggio, ottenendo peraltro l’applicazione di uno “Statuto materiale” assunto a compensazione di quello formale rimasto inevaso nei suoi punti più autonomistici. 
Se le più durature formule di governo, dall’unità nazionale alle convergenze parallele alle larghe intese, senza dimenticare l’esperimento monstre del milazzismo, sono state trovate in Sicilia e provate prima a Palermo e poi a Roma, oggi la politica regionale, dopo gli ultimi fuochi del dominio berlusconiano, appare sempre più ancella di quella nazionale. E quel che è più evidente, anche l’attività dei partiti si è andata conformando agli assetti centrali, contraddicendo una lunga storia di insorgenze propriamente regionali, che si sono poi fatte valere su scala nazionale, quali il popolarismo di Sturzo, il Blocco del popolo, la Rete di Orlando, Alleanza siciliana di Musumeci, l’Mpa di Lombardo, Grande Sud, gli stessi Forconi.
Ma proprio mentre la Sicilia sembra aver chiuso il suo Laboratorio per uniformarsi alle direttrici nazionali, dovendo nel frattempo assistere all’esaurimento dell’ultimo sforzo di un certo interesse costituito da “Sarà bellissima”, si hanno tuttavia rigurgiti della dismessa cultura che appaiono tentativi di farlo ripartire a strappo: i Coraggiosi di Ferrandelli e #Ripartesicilia di Crocetta mostrano sulla carta l’intento da un lato di superare le angustie proprie delle liste civiche e da un altro di non prestare orecchio ai partiti nazionali circa le candidature. Sfide locali e personalizzate che si presentano come forze siciliane autonome ma che non rinunciano alla legittimazione dei partiti tradizionali. Non è dunque possibile tentare nessun legame con le grandi esperienze del passato: l’ex deputato regionale ha già ricevuto l’investitura ufficiale di Berlusconi finendo così nella sua orbita mentre l’attuale governatore ha ammesso di aver fondato il suo movimento perché operi in funzione del Pd, di cui si ritiene decisamente parte. 
Di nuovo c’è solo la confusione: Ferrandelli è pronto a imbarcare chiunque come in un’arca di Noè dove non venga richiesto il curriculum, Crocetta si dice autonomista, attestandosi su posizioni che non sono del Pd ma degli indipendentisti e di quanto rimane dei lombardiani. Se di Laboratorio si vuole ancora parlare, esso non è più in mano ai fini chimici di ieri ma a maghi alchimisti che oggi, combinando elementi anche incompatibili, rischiano di saltare in aria con un botto. 
Evocare e rivendicare lo Statuto sul grido di battaglia contro ogni imposizione romana per poi dimorare nel partito che, come gli altri, nulla ha fatto per la sua piena attuazione equivale a dirsi sicilianisti nel senso di ogni “ismo”, cioè di una superiorità di natura mortificata dalla storia e dagli istituti, come stabilito da Sciascia, senza opporre invece un sentimento di sicilianità soltanto sul quale è possibile fondare una politica di diversità, autonomista appunto, che ripristini il vero clima del Laboratorio.
L’equivoco che ne nasce, agitando la bandiera siciliana e tenendo al petto la coccarda romana, è di appellarsi allo Statuto speciale nel momento in cui ci si addice nei fatti al progetto di fare della Sicilia una regione a statuto ordinario. Non sarebbe il male assoluto, in realtà. Il dibattito è anzi aperto, anche se a singhiozzo, e sono molti ad auspicare una Sicilia governata formalmente da Roma. Quel che sta piuttosto apparendo contraddittorio è l’atteggiamento invalente di chi sostiene le ragioni dell’autonomia, fonda movimenti che abbiano largo respiro, ammicca all’indipendenza per fare leva sulla coscienza profonda dei siciliani, sogna ancora il Laboratorio, e intanto briga per guadagnare i gradi di colonnello nel fronte che è contrario a ogni maggiore autonomia.
Se il frutto migliore dello Statuto è stato certamente il Laboratorio, propugnacolo di autodeterminazione e fucina di grandi idee, non fare più nulla per tenerlo attivo può segnare anche la fine dello Statuto. Che probabilmente nessuno rimpiangerà. Quel che però mancherà, come già manca, è vedere nascere in Sicilia esperienze, formule, combinazioni estese poi in tutta l’Italia. Questo deficit potrebbe provocare un serio danno alla Sicilia.