venerdì 10 febbraio 2017

Mediterraneo, la battaglia per la seconda piattaforma Vega



Edison ed Eni (che gestiscono al 60 e al 40% la piattaforma Vega A e vogliono adesso realizzare la B), elaborando lo Studio di impatto ambientale per il ministero, necessario ai fini di Vega B, hanno proposto anche la creazione attorno ai futuri pozzi estrattivi addirittura di un’oasi marina, uno spazio di ripopolamento ittico che sarebbe possibile perché pesca e navigazione sono vietate e perché le barriere artificiali sono capaci di favorire la biodiversità. Il progetto si chiama Biovega e naturalmente è condizionato al sì da parte del governo alla seconda piattaforma.
Se si è arrivati a un’idea così originale - commentando la quale Legambiente ha fatto l’esempio di una discarica che si ripopoli di topi - è segno che i titolari della concessione estrattiva al largo di Pozzallo, la più grande d’Italia, sono pronti a tutto pur di avere la loro seconda Vega: anche a creare quello che chiamano “valore ambientale” e che gli ambientalisti ritengono invece un ulteriore danno nonché una mossa strategica nel presupposto che, creando un’oasi marina, non ci sarà più motivo in futuro per smantellare la piattaforma che diventerà così a prova di nuovi referendum.
Ma perché i due colossi ci tengono tanto alla Vega B se la produzione è scesa a 7000 barili di greggio al giorno dagli iniziali 75 mila negli anni Ottanta? Ma soprattutto: perché vogliono realizzare ben dodici pozzi se dei ventuno presenti sulla Vega A solo quindici sono attivi e quattro discontinui?
Le ricerche geofisiche commissionate da Edison alla Gas srl nel 2012 per accertare la presenza di idrocarburi hanno probabilmente dato risultati incoraggianti: forse attesi e previsti visto che furono svolte solo tre mesi dopo la richiesta di attivazione del secondo impianto.
Anche quelle ricerche hanno formato oggetto di uno dei due ricorsi che Legambiente ha presentato nel 2015 al Tar del Lazio, perché per legge costituivano “attività di prospezione”, cioè di rilevamento, e come tale da un lato era subordinata alla Valutazione di impatto ambientale e quindi alla procedura dell’avviso pubblico, delle osservazioni e dell’istanza al ministero, e da un altro lato era vietata essendo stata esercitata dentro il perimetro delle dodici miglia nautiche dove è interdetta ogni introspezione. Nel ricorso al Tar, Legambiente oppone che i procedimenti di Valutazione di impatto ambientale avrebbero dovuto essere piuttosto due: uno per la fase di prospezione vera e propria e l’altra per la fase di perforazione in vista della realizzazione di Vega B.
In risposta la Edison esibì un’autorizzazione della Capitaneria di porto di Pozzallo e sostenne che non si trattò di indagini di prospezione, per cui occorresse lo Studio di valutazione di impatto ambientale, ma di indagini geofisiche finalizzate alla progettazione e alla ricerca di sacche di gas. Ma il Libero Consorzio di Ragusa obiettò che anche le indagini geofisiche rientrano tra le attività di prospezione, vietate dal 2012 entro le dodici miglia.
Quanto alla seconda piattaforma, per superare questo limite, la società ha fatto valere la normativa del 2006 che fa salve le concessioni in corso. Ha però ignorato, nel Quadro di riferimento programmatico presentato lo scorso giugno, la modifica legislativa intervenuta nel dicembre 2015, dunque sei mesi prima, per la quale non sono più salvi i titoli abilitativi come se fossero una licenza per compiere qualsiasi attività entro le dodici miglia, zona del tutto interdetta, ma sono possibili solo “le attività di manutenzione finalizzate all’adeguamento tecnologico necessario alla sicurezza degli impianti e alla tutela dell’ambiente, nonché le operazioni finali di ripristino ambientale”: tutti interventi certamente estranei a un impianto che ancora non c’è.
La battaglia per Vega B si combatte anche su sottigliezze di dettato normativo e tentativi di aggiramento. Così è stato anche per il carattere di interesse strategico, di pubblica utilità, di urgenza e indifferibilità circa le stesse operazioni di prospezione che Edison ha invocato sulla base del decreto Sblocca Italia del 2014, dimenticando ancora una volta la stessa legge del 2015 che assegna alle attività di ricerca un fine unicamente di pubblica utilità solo per il quale valgono i titoli abilitativi.
Deciderà il ministero se fare nascere o meno la seconda Vega, ma intanto il 16 aprile 2015 ha emesso (dopo tre anni e non dopo 150 giorni come vuole la legge) il decreto di compatibilità ambientale, che è proprio l’atto contro il quale Legambiente si è rivolta al Tar. Forte di questo successo, che le permette di avere in tasca l’autorizzazione per realizzare tutt’e quattro i nuovi pozzi richiesti nel 2012, lo scorso luglio Edison ha presentato un nuovo Studio di Valutazione di impatto ambientale (equivalente a una domanda di autorizzazione) per ulteriori otto pozzi, così da arrivare a dodici. Una mossa a sorpresa, cui hanno fatto seguito le osservazioni del Comune di Scicli, di Legambiente e del Libero Consorzio, tutte negative. Sono mancati i pareri di Ragusa, Modica e Pozzallo, gli altri Comuni i cui territori finiscono a mare.
Le osservazioni sono arrivate dopo che il 18 ottobre, sui quotidiani Sole 24ore e La Sicilia, la società milanese ha pubblicato un secondo Avviso dopo quello del 28 luglio, che era stato bollato come inadempiente dal Libero Consorzio non avendo per legge indicato gli eventuali impatti ambientali. Edison si è subito conformata facendo più del richiesto e del previsto: ha infatti precisato che “gli impatti ambientali associati alla fase di perforazione possono essere ritenuti come relativamente modesti (valutati trascurabili, lievi, moderati); gli impatti in fase di cantiere, temporanei e reversibili, sono stati inoltre valutati come complessivamente contenuti”.
In sostanza, quanto ha taciuto nello Studio di impatto ambientale di giugno, la Edison lo ha ammesso poi nell’Avviso pubblico di ottobre: l’impatto c’è, anche se giudicato modesto. Epperò non tanto modesto, se l’Avviso conclude con queste parole: “L’applicazione delle misure di mitigazione individuate in fase progettuale, nonché di quelle previste a livello operativo e gestionale nel cantiere, consentirà di minimizzare i rischi e ridurre (o eliminare) gli impatti sull’ambiente e, più in generale, sul territorio”.
Nel suo parere Legambiente deplora che non siano stati indicati quali sono i rischi di impatto ambientale, se di contaminazioni idriche o atmosferiche, e osserva che comunque un rischio reale è riconosciuto dalle previsioni, pur ottimistiche e rassicuranti, della stessa Edison. La quale, nel suo Studio, accenna a rischi ambientali solo in via ipotetica, quanto a imprevisti tecnici, e annuncia infatti che “in fase di progettazione e prima dell’avvio dei lavori sarà predisposto uno scenario previsionale che quantifichi gli effetti negativi e significativi sull’habitat marino dovuti a incidenti in fase di perforazione o coltivazione del giacimento, che valuti l’eventuale danno deducibile sull’ecosistema”. Un impegno che è sembrato più che altro un adempimento teso a osservare le prescrizioni della Direttiva offshore e limitato al caso eventuale di incidenti, come per esempio un incendio, che possano determinare danni ambientali.
Circa gli impatti ambientali non eventuali ma permanenti, la società concessionaria ha invece escluso la presenza nel campo Vega B di aree speciali protette, perché la più vicina è la Riserva marina del Plemmirio, né ha trovato elementi di contrasto con gli spazi di tutela ornitologica distanti trenta chilometri o zone di tutela biologica marina o ancora siti sottomarini di relitti storici, tutti a notevole distanza. Non si capisce dunque a quali modesti rischi di impatto ambientale Edison abbia fatto riferimento. Se li ha ammessi, significa che ci sono ma non si sa di che natura sono.
Un rischio comunque c’è ed è quello della sicurezza in generale. Nel suo parere il Libero Consorzio oppone che “non risulta alcun documento riguardante specifiche procedure di sicurezza, piano di emergenza ambientale ed antinquinamento marino idoneo a contrastare immediatamente eventuali perdite accidentali ed a isolare tempestivamente le aree di sversamento. Si evidenzia inoltre che non risultano esaustive e sufficientemente approfondite le tematiche relative ai rischi geologici ed alla conseguente pericolosità sismica dell’area”.
L’esposizione a rischio sismico riguarda Vega B come anche Vega A che si trova a sei chilometri. Nella “Relazione tecnica del campo Vega” presentata nel 2012 a corredo della richiesta di autorizzazione di quattro pozzi sulla futura Vega B, Edison affermava che, circa l’assetto geologico, “una delle più importanti strutture dell’area iblea è la Linea di Scicli, che rappresenta una faglia trascorrente ed è considerata attiva anche per la presenza di vulcani di fango sul fondale marino proprio nell’area del campo di Vega”. Ma nella successiva “Sintesi non tecnica” che accompagna la richiesta di ulteriori otto pozzi il rischio sismico viene minimizzato: “L’area del campo Vega B può essere indicata come soggetta a terremoti di magnitudo moderata, secondo le categorie in uso”.
In realtà la zona è classificata come “nodo sismogenetico”, condizione questa che significa che, per la presenza di vulcanismi, può provocare terremoti superiori a una magnitudo di sei gradi della scala Mercalli. Edison però non è convinta e nel 2013 trasmette all’ex Provincia una nota nella quale rileva che nell’area di interesse non si hanno terremoti da cinque milioni di anni, cioè dal Pleiocene. La risposta è che “i terrazzi marini coevi ubicati sulla costa, ad occidente ed a oriente della Linea di Scicli, il più recente dei quali risalente a 125.000 anni, risultano sfalsati di quota di circa dieci metri, sintomo di una attività tettonica ben più recente di 5 milioni di anni”.
Il rischio sismico, in un’area storicamente soggetta a terremoti devastanti, in realtà è incombente, tanto che la stessa Edison nel 2012 scriveva che “l’evoluzione strutturale del campo di Vega e dell’offshore di Ragusa è abbastanza complessa anche per la costante presenza di tettonica attiva e di vulcanismo nel tempo”. Peraltro la cosiddetta “Linea di Scicli-Giarratana” attraversa in pieno le due Vega, senonché, come per l’impatto ambientale, Edison parla un’altra volta di rischi modesti e moderati. Non può non farlo, dovendo giustificare l’ulteriore richiesta di otto pozzi. Richiesta che secondo Legambiente è illegale perché non si tratta di una prosecuzione di lavori motivata in base alla concessione originaria del 1984 ma di una nuova costruzione, la quale però non può essere realizzata perché dal 2012 vige il divieto assoluto di insediamenti di alcun genere entro le dodici miglia marine e Vega B è prevista a 11,2 miglia dal Sic (sito di interesse comunitario) chiamato “Fondali foce del fiume Irminio” ed esattamente a 12 da Contrada Religione, il secondo Sic dell’area.
Dunque Edison sa del divieto e anziché una nuova concessione richiede la proroga della vecchia per altri dieci anni, atto che è ammesso dalla legge e dallo stesso decreto di concessione, ma a condizione che nell’arco di validità della concessione sia stato completato interamente il programma di coltivazione. La proroga è infatti rilasciata per la prosecuzione dell’attività estrattiva e non per completare il programma o insediare nuovi impianti.
Il programma originario prevedeva in effetti due piattaforme per un totale di 24 pozzi, ma la Selm, la vecchia titolare del giacimento, non diede corso alla seconda piattaforma tanto che nel decreto ministeriale all’esercizio definitivo, emesso nel 1988, non vi fu fatto alcun cenno. Nel 2012, in vista della scadenza a dicembre della concessione, Edison a gennaio ne chiede la proroga in modo da progettare Vega B in regime di concessione. La proroga viene concessa il 13 novembre 2015 determinando un immediato ricorso al Tar che però non si è ancora pronunciato e al quale non è stato possibile chiedeere un intervento di sospensiva non essendo cominciati i lavori della seconda piattaforma.
Sette mesi prima il ministero dell’Ambiente aveva già emesso il decreto di compatibilità ambientale per quattro pozzi e otto mesi dopo arriverà la richiesta per altri otto pozzi sulla quale è ora attesa la decisione del ministero, che però è legata a quella del Tar Lazio.
Insieme con la Via (valutazione impatto ambientale), nel 2015 il ministero ha rilasciato pure l’Aia (autorizzazione integrata ambientale), un provvedimento che autorizza l’esercizio e che è necessario in caso di modifiche sostanziali apportate in un impianto esistente. Edison ha ottenuto l’Aia grazie al fatto che si tratterebbe di modifiche apportate in un impianto esistente, dal momento che la proroga riconosce che Vega B è configurabile come prosecuzione del progetto originario.
Il decreto Via-Aia del 2015 si riferisce dunque non a otto ma a quattro pozzi, giacché è solo lo scorso luglio che Edison richiede i pozzi addizionali per i quali non presenta lo Studio Aia ma solo quello Via. I due documenti sono però necessari entrambi in presenza di modifiche sostanziali di impianti esistenti, ancorché nel caso di Vega B si tratti di impianto del tutto inesistente. L’Aia non occorre se le modifiche non sono sostanziali, motivo per cui Edison parla giustappunto di piattaforma satellite: proprio per sostenere le ragioni della concessione unica e della continuità.
Per lo stesso motivo, in sede di richiesta degli otto pozzi, la società petrolifera non ha presentato un progetto definitivo, che è richiesto dalla legge, ma solo preliminare e come tale più volte lo ha chiamato. Non avrebbe potuto fare diversamente visto che non ha ancora specificato quale impianto di perforazione utilizzerà, cosa che ha indotto Legambiente a chiedere cosa ci sia da valutare se mancano gli elementi indispensabili a una valutazione complessiva.
Quel che lascia pensare è il fatto che la decisione sul sistema di trivellazione non è stata presa benché siano trascorsi quasi cinque anni dalla richiesta di proroga della concessione di realizzazione di quattro pozzi. Questa mancanza fa supporre che Edison voglia sì triplicare la dotazione di pozzi creando una nuova piattaforma (quando aveva sostenuto l’antieconomicità di Vega B) ma senza essere del tutto sicura circa l’entità del giacimento e soprattutto sui criteri di intervento anche in riferimento a ragioni di sicurezza le quali rappresentano senza dubbio il lato più debole del progetto sul quale in effetti Edison si è mantenuta piuttosto vaga.
La decisione per esempio di tenere Vega B sguarnita di personale di controllo, quando erano inizialmente previsti cinquanta addetti, ha indotto il Libero Consorzio di Ragusa ad esprimere forti timori su possibili sversamenti in acqua di idrocarburi. La mancanza di un congruo Piano di emergenza antinquinamento marino (tanto che nel 2013 la stessa Edison ammetteva che il proprio Piano non era “adeguato alle modalità di gestione della Vega B”) induce a ritenere ancora vigente quello del 2009 che era concepito per le due strutture esistenti, Vega A e la nave Fso Leonis di appoggio distante due chilometri, strettamente controllate 24 ore su 24.
In vista della seconda piattaforma, per la quale il Piano di emergenza sarà aggiornato solo quando sarà costruita e in esercizio e sulla quale non sono previsti addetti, si può concludere che non esiste alcun Piano, che pure è condizione ineliminabile per il decreto di esercizio?
La Edison ha fatto osservare che, fino a quando non saranno chiare le modalità di gestione di Vega B, il Piano antinquinamento non potrà essere aggiornato perché farà seguito al progetto esecutivo, “quando saranno definiti e posizionati tutti i centri di pericolo”. Dunque si torna al punto cruciale: sono reali i rischi ma non sono immaginabili, ciò che rende Vega B non meno di un’incognita per i suoi stessi ideatori.
Il Libero Consorzio ha dovuto perciò prendere atto che “la società non ha al momento una precisa idea di quali siano i centri di pericolo”, osservando che il Piano proposto, “essendo tarato esclusivamente per piattaforme con costante presenza di personale a bordo è del tutto inadeguato a descrivere le eventuali problematiche di una piattaforma non presidiata”.
L’inadeguatezza riguarda anche i mezzi per affrontare un’emergenza, se si considera che la dotazione della Vega A, che probabilmente sarà quella della Vega B, è costituita da fusti disperdenti tipo Chimec su cui cui il Libero Consorzio nel suo parere esprime forti dubbi quanto alle controindicazioni sull’ambiente in caso di loro utilizzo e si dice sorpreso per il fatto che la società non ha pensato a soluzioni innovative. In verità Edison non ha pensato a molte cose.