giovedì 10 giugno 2021

L'America di Calasso vista al cinema


Articolo uscito su Libero il 26 maggio 2021

Per Roberto Calasso, intellettuale che legge il mondo nella prospettiva del sacro (e che, quasi ottantenne, si va profilando in uno stato più di pensatore che di interprete), non solo la letteratura ma anche il cinema tiene contatti con i simulacri dove allucinazione e iperrealtà si ritrovano per costituire “tutte le potenzialità delle immagini”. In Allucinazioni americane (Adelphi, pp. 133, euro 14) tali immagini vengono ora assunte, entro una nuova teoresi, al servizio di una concezione mentale per divenire figmentum, cioè pura astrazione cerebrale, allucinazione sottesa a una realtà esclusivamente personale che segna il superamento del simulacro, entità invece concreta e diversa dall’illusorietà della visione. Altrettanto concreti, ma comuni a tutti, e nello stesso tempo oscillanti e sfuggenti, sono i fosfeni, “accidentalità” del campo visivo che si hanno anche ad occhi aperti ma che nel buio del cinema “si dispongono su una stessa tela di fondo” a formare “le incalcolabili truppe a disposizione del figmentum”.
Elementi personali e concreti si combinano allora con altri collettivi e irreali per sortire allucinazioni che Calasso scevera in quanto americane riguardando due film prodotti negli States entrambi diretti da Alfred Hitchcock, La finestra sul cortile (1954) e Vertigo. La donna che visse due volte (1958). Prima e dopo, in anni in cui la recitazione era innanzitutto enfatica e la regia un gioco di primi piani e campi fissi, Hitchcock non ha che rappresentato il figmentum nel James Stewart che lì vede un assassino in un commesso viaggiatore e qui si crea un’altra immagine mentale nella Madeleine (nome che evoca la madeleine che a Proust permette di costruire il grandioso figmentum della Recherche, l’opera di ritorno al passato tutta mentale) che lo inganna. I fosfeni sono nei “punti luminosi” che allucinano Scottie di Vertigo nella forma dello chignon di Madeleine, a spirale come l’acrofobia che gli induce vertigini, e Jeff di La finestra sul cortile nel particolare dell’anello nuziale della vittima: chignon e anello ripresi in primissimo piano perché appaiano i punti di individuazione dei due film.
Più che un rompicapo (come lo chiama il risvolto di copertina), questo esile libro di Calasso è un brogliaccio, cresciuto negli anni, di note sparse ed estemporanee più impilate che compilate (con qualche brano ripreso da altri libri già pubblicati) che tuttavia testimonia un suo interesse per il cinema addirittura giovanile, accompagnato dallo sforzo di dargli una natura artistica e una definizione epistemologica: sforzo che egli esercita anche cercando testi letterari affini e trovandone almeno uno non nell’americano Dos Passos, maestro dell’occhio fotografico associato alle tecniche cinematografiche, ma nell’europeo Kafka, autore di Il disperso (titolo originale di quello che sarà il romanzo America), viaggio alla scoperta del Nuovo continente compiuto come in presa diretta. L’indicazione più sofisticata, originale e personale che Calasso offre è però, quanto alla Finestra sul cortile, il confronto tra Sé e Io, che volto in chiave vedantica, richiama l’ātman e l’aham, occhio contemplativo e occhio sacrificale. Vertiginoso davvero il teorema di Calasso, il cui breve libro, se letto a ridosso di quello sul cinema di Sciascia (Questo non è un racconto, anch’esso Adelphi) consegna materiale di riflessione su un dato certo: la cultura italiana, da Vittorini in poi, ha amato il cinema d’antan e attraverso il cinema l’America dei suoi miti come anche dei suoi riti.