mercoledì 21 giugno 2017

Quando Vittorini chiamò Neve la sua Scicli


C’è un topos in Vittorini, un luogo della mente, nascosto ma ricorrente che ne attraversa l’opera come un Ariel o un Aleph. È Scicli, tanto presente che, se Vittorini non l’avesse conosciuto, i suoi romanzi non sarebbero stati gli stessi.
È all’età di tre anni che arriva a Scicli. Il padre vi si ferma solo pochi mesi, che sono però sufficienti al piccolo Elio per prendere il morbillo e contrarre un grande amore per il paese. A Scicli nel 1912 nasce la sorella Jole, che ricorderà come il fratello non mancasse mai di andare a Scicli ogniqualvolta tornava a Siracusa: «Non faceva che parlare di Scicli, sempre di Scicli. Ci andava sempre e portava pure noi. Era particolarmente attratto dalle sue feste. Debbo dire che era come se ci fosse nato».
In Conversazione in Sicilia, il viaggio che Silvestro Ferrauto da Milano improvvisamente decide di compiere in Sicilia termina a Siracusa, ma appena arrivato sente di dovere proseguire fino al paese della madre, che, una volta raggiunto, lo libera da quello stato di indifferenza che lo ha colto invece a Siracusa.
Per Silvestro la sensazione è di un ritorno a casa. Una casa che è in paese e non in città, esattamente come nel Garofano rosso. Giunto a Siracusa, Silvestro prende un treno della Ferrovia Secondaria, arriva a Vizzini e, dopo una notte passata nell’odore dei carrubi (che è un tipico albero degli Iblei) parte in pullman per Neve, posta a tre ore di distanza, sulle montagne innevate. Ora, non c’è alcun paese di alta montagna a tre ore di pullman da Vizzini e se si pensa che tutto il viaggio da Milano a Vizzini è stato raccontato citando una città dopo l’altra, è lecito chiedersi perché la sola Scicli divenga inaspettatamente Neve.
Che Neve sia Scicli non v’è dubbio. In un luogo del romanzo, quando Silvestro pretende di ricordare la Cavalcata di San Giuseppe, la madre gli dice: «Un corno! Non avevi che tre anni l’unica volta che l’hai vista». Vittorini, bambino di tre anni, è in effetti rimasto colpito dalla «cavalcata per la processione di San Giuseppe», che ricorda come in sogno e che come tale riporta nel romanzo: una fantasmagoria di lanterne e di sonagli, con una grande stella sulla montagna illuminata «dentro e fuori».
Se non bastasse la Cavalcata, valgano i riferimenti agli «anditi di abitazioni scavate nella roccia» che sono le grotte di Chiafura dove la madre porta Silvestro nel «giro delle iniezioni». Ma la prova d’identificazione viene dal raffronto con un altro romanzo, Le città del mondo, dove Scicli, finalmente chiamata col suo nome, viene descritta «all’incrocio di tre valloni». I tre valloni sono gli stessi che troviamo nella Conversazione di vent’anni prima, attraversati da Silvestro nel pullman diretto a Neve. L’aderenza alla realtà viene però meno appena Silvestro si avvia verso il paese della madre. Di fronte a questo punto chiave Vittorini risolve di astrarre il racconto. È la prima applicazione di quello statuto simbolista che governa il romanzo, ormai in procinto di assumere un passo incalzante fino ai vertici altamente surrealistici degli ultimi capitoli. Ma perché Vittorini sceglie di straniare Scicli tanto da fare figurare Neve vicino a Enna?
Neve è il teatro dove si sciolgono tutti i significati che sottendono il libro. Il suo stesso nome ha carattere allegorico come quelli di Concezione e di Ezechiele. È proprio nel cimitero di Neve che Silvestro incontra il fantasma del fratello, portatore del dolore del mondo. Una prima risposta è da cercarsi nel profondo amore che per Scicli nutre Vittorini, tale da spingerlo a tenere fuori da implicazioni politiche deteriori il paese che egli finirà per vedere piuttosto come Gerusalemme, la città per eccellenza. Una seconda risposta va ricercata nella stessa poetica vittoriniana. Nella sua opera, Scicli vale come «luogo ideale dell’umana convivenza visto con gli occhi della mente» (Panicali) che diventa mito.
Non a caso Scicli ricorre nei soli romanzi di Vittorini che evocano l’idea del viaggio. Viaggia Silvestro da Milano a Neve, viaggia Alessio da Siracusa fino al paese delle fornaci, viaggia Rosario con il padre. Ma, a ben vedere, più che viaggiare essi ritornano. Per Vittorini l’idea del viaggio integra due aspetti che involgono altrettanti valori mitici: può significare fuga («Si nasce assuefatti a fuggire in Sicilia») e può significare ritorno. Quando assume il senso del nostos ecco comparire Scicli, pur se in figura di un paese innominato. Il mito del ritorno a casa, cioè a Scicli, ha però in Garofano rosso e in Conversazione in Sicilia il senso di una discesa agli inferi mentre in Le città del mondo assume una forza redentrice. Ed è soltanto nel suo ultimo e incompiuto romanzo che Vittorini nomina Scicli, decisamente posta in cima all’elenco delle «città belle» dove vivere e dove salvarsi. Ma Scicli appare nei tre romanzi di viaggio-ritorno sotto forme diverse. Quando scrive Conversazione, Vittorini ha già pubblicato da poco e in parte Il garofano rosso, romanzo dove Scicli è intramata in forma ambivalente come scoperta del male sociale e come salvezza da esso. Scicli non è nominata, ma i riferimenti sono espliciti anche stavolta: il paese con le tre torri delle fornaci è il paese che «sarebbe stato il più bello del mondo», «attraversato da un fiume tutto sassi», lo stesso che nella Conversazione corre come un torrente da Vizzini a Neve e che nelle Città del mondo è la fiumara sul cui letto sta a cavallo la grande piazza di Scicli. 
Le Ferrovie Secondarie sono le Ferrovie Associate del Garofano rosso ed entrambe portano al paese natale, che è di Silvestro come di Alessio Mainardi. Di questo paese Vittorini dice: «Non l’ho più dimenticato» e ne definisce il ricordo «tagliente» per l’impressione che da bambino gli ha lasciato la Madonna a cavallo sciclitana, all’esistenza della quale né la sorella Menta né la donna fatata Zobeida vogliono credere. «Io pensavo di sposare una donna a quel modo», dice Alessio a Zobeida, alla quale finisce per confessare il suo amore: «Sei tu la Madonna a cavallo». L’accostamente ha un significato soterico e rappresenta uno dei tanti piani di lettura di un romanzo nel quale (per quanto riguarda i più rilevanti significati ideologici e politici e il senso di condanna che il ritorno in paese postula) «l’offesa del mondo» della Conversazione è «il fossato dell’offesa» che divide gli operai dai figli del padrone della fornace in Garofano. E sarà pour cause un operaio a compiere in Conversazione il viaggio di conoscenza in Sicilia «in preda ad astratti furori».
Ma dicendo di Scicli che «avrebbe potuto essere il paese più bello del mondo», Vittorini si impone una epochè che in qualche modo troverà chiarimento nel ’59 quando di Le città del mondo preparerà una sceneggiatura per un film che proporrà una Scicli colta nella sua cruda condizione di paese sottosviluppato. 
Nell’opera vittoriniana Scicli non è un eccipiente esornativo ma un oeil de boeuf attraverso il quale Vittorini guarda a una realtà che gli appare trascodificata, più precisamente mitica. È a Scicli che nel 1950 Vittorini viene per prendere gran parte delle fotografie per un’edizione illustrata di Conversazione. Sono fotografie che arieggiano quelle di Americana, come quelle capaci di rappresentare ossimoricamente una realtà vista con «gli occhi della mente», che è appunto lo specimen del realismo mitico quale massima acquisizione di Vittorini.