giovedì 17 giugno 2021

Il Pinocchio americano di Rushdie è Quichotte


Articolo uscito il 22 maggio 2020 su Doppiozero

A Central Park c’è davvero una vecchia quercia rossastra dietro il monumento di Hans Christian Andersen. È il punto dove Quichotte incontra prima suo cugino, il Dr Smile, e poi Miss Salma R., che convince a lasciare con lui New York per raggiungere in auto la valle di Sonoma in California dove è pronto lo startgate che li porterà in un universo parallelo delle “Terre limitrofe”.
Il portale è stato realizzato da uno scienziato miliardario, Evel Scent, ultima cassandra inascoltata del veloce sgretolamento della volta celeste e di una pandemia oftalmogica che sta colpendo l’umanità e che è frutto non di una patologia ma di un difetto della realtà, del processo cioè di instabilità cosmica della Terra vicina alla sua fine: le persone infettate vedono punti neri che in realtà sono segni di disgregazione del mondo e, per colpa di una vista ridotta e di un sindrome da contagio, sono causa di gravi disordini sociali, sciagure e motivo di una situazione mondiale fuori controllo.

Quella panchina a ridosso di una vecchia quercia caduta, ricordo di una possente forza della natura finita preda dell’entropia, e posta a pochi metri dalla statua di un fascinoso creatore di fiabe è stata scelta non a caso da Salman Rushdie, intendendo lo scrittore indiano (per molto tempo londinese e da vent’anni newyorchese) offrire un correlato oggettivo a un romanzo invenzionale, Quichotte (Mondadori, pp. 456, euro 22, traduzione di Gianni Pannofino), che da un lato coglie gli effetti più apocalittici di una epidemia associata a eventi escatologici e da un altro stabilisce il punto nel quale realtà e irrealtà si incontrano: per dimostrare che quel punto d’incontro in verità non esiste, lo stato naturale del mondo e dell’uomo non essendo che un’unica dimensione uniforme, per la quale si può passare per via di un virus dalla normalità della vita quotidiana alla sua anormalità accettando la seconda in guisa della prima e trovarsi come Don Chisciotte a vivere la pazzia come propria condizione reale e non come disturbo della personalità: il suo modo di essere nel mondo è lo stesso del Quichotte di Rushdie, giacché entrambi vedono la normalità nella realtà deformata e trovano difetti non nella natura quanto nella condizione umana.
“Key-shot” chiama Miss Salma R. quello che le appare come il suo salvatore e il suo stalker innamorato, a indicare simbolicamente il “colpo di chiave” necessario ad aprire il portale di Sonoma per mettersi in salvo. Non sappiamo cosa ne sarà di entrambi una volta che avranno aperto quella porta, perché il romanzo finisce con la concomitante morte naturale dell’Autore, che non è ovviamente Rushdie, ma il narratore implicito designato da Rushdie a scrivere la storia di Quichotte, ovvero di Ismail Smile: un agente di commercio ultrasettantenne che tanta televisione ha visto e tanto ne è diventato dipendente da innamorarsi di una diva originaria dell’India come lui, Miss Salma R. appunto, per conquistare la quale intraprende un viaggio dal Texas a New York attraverso “sette Valli” cosiddette di purificazione e nel frattempo comincia a scriverle lettere d’amore firmandosi con il nome del personaggio letterario al quale più crede di somigliare per l’aria sognante o trasognata che si riconosce e perché in realtà “un po’ tocco”. Vedendone la foto che le spedisce, Miss Salma R. lo troverà un sosia dell’attore italiano Frank Langella, interprete di Dracula, altissimo, il viso allungato e scarno, ossuto e magro, un doppio insomma anche di Don Chisciotte.
E infatti nella visione di Rushdie, Ismail Smile ricorda Alonso Chisciano il Buono che, per conquistare il cuore della sua Dulcinea del Toboso, si addice - per colpa dei troppi libri di cavalleria che gli hanno tolto il senno - a farsi cavaliere errante e si dà un nome adeguato al titolo. E come la sua storia non è nella finzione letteraria scritta da Cervantes ma è data come tratta da un’opera di un arabo chiamato Cide Hameti Benengeli, anche Rushdie trova di dover epitomare un testo altrui: con la differenza che racconta le vicende personali dell’Autore parallelamente a quelle immaginarie che all’Autore sono attribuite sul conto di Quichotte, nel manifesto proposito tutto squisitamente borgesiano e con sfumature pirandelliane di far infine ricongiungere le due storie fino a sovrapporle, in sostanza a identificare la vita di Quichotte in quella dell’Autore. Che assume il nome proprio di Fratello come personaggio di Rushdie, anch’egli indiano al pari pressoché di tutte le figure che popolano questo romanzo che è un pastiche di elementi parodistici (definizioni di Rushdie) nonché una rappresentazione della dispora indoamericana e una denuncia della sua condizione di soccombenza razziale: un romanzo iperbolico e cerebrale, geniale e fantasmagorico, ma anche alquanto fantomatico e farneticante, la cui radice profonda è costituita dal doppio assunto incrociato per cui Tutto-può-succedere e Tutto-è-connesso, equivalenza questa che per corollario comprende l’inesorabile principio entropico “Tutto diventa nulla”. È proprio in base a tale principio che si arriva al cosmogonico risultato concepito da Rushdie: «Un libro di come tutto diventi nulla non può essere scritto, così come non possiamo scrivere la storia della nostra morte, ed è questa la nostra tragedia: quella di essere storie la cui fine non può essere conosciuta neppure da noi stessi, perché non siamo lì a conoscerla».
La storia di Quichotte termina con la morte del suo Autore che se non conosce la propria fine ha contezza però di quella dei suoi personaggi, le cui vicende terrene chiude in tempo per prepararsi alla propria morte nella considerazione generale che il mondo finisce con sé stessi. Rushdie ha chiara questa equazione perché del romanzo scritto dall’Autore (pure nel gioco combinatorio del suo infingimento) rileva come «il mondo riecheggiasse l’opera che stava scrivendo», come «tutta questa messinscena sulla fine del mondo era stata in realtà solo un modo per parlare dell’imminente fine dell’Autore» e soprattutto, secondo la visione che Fratello ha in aereo di ritorno da Londra, come «il mondo non ha altro scopo che la conclusione del tuo libro. Quando l’avrai finito le stelle cominceranno a spegnersi».
Epperò l’Autore scrive la storia di Quichotte mentre è Rushdie a scrivere quella dell’Autore, ma fermandosi alla morte di Fratello e precisamente al momento in cui egli, colto da crisi cardiaca, ha una visione di infinitesimi esseri extraterrestri metafora della fine del mondo cui ha assistito il suo Quichotte: Fratello ha così l’ultima prova di quanto l’intera sua vita non sia stata che un doppio di quella immaginaria del suo personaggio, per cui (senza adesso volere arrivare a supporre che pure la vita di Rushdie, anch’egli indiano, non sia che un remake di quella di Fratello) l’universo parallelo al raggiungimento del quale Quichotte affida con Miss Salma R. la propria salvezza sottende un analogon del mondo della fantasia parallelo a quello reale nel quale l’Autore trova rifugio scoprendolo uguale a quello in cui vive. Dunque, volendoci districarsi nel labirinto del romanzo e dargli una scaturigine, Rushdie scrive la storia di Fratello e racconta attraverso Fratello quella di Quichotte, rispondendo all’appello lanciato dal principale esegeta di Cervantes, Miguel de Unamuno, che invitava a salvare Don Chisciotte dal sepolcro per liberare così la Fantasia. Che è la “Terra limitrofa” più vicina all’uomo e alla sua realtà, l’ultramondo dove riparare e dove davvero “Tutto può succedere” e “Tutto è connesso”.
Esattamente su questi due postulati è invero fondato il romanzo. Può succedere dunque che un’annunciatrice del telegiornale parli a Quichotte chiuso in una stanza di motel, che in un paesino del Midwest le persone si trasformino in mammut, che una pistola discuta col suo detentore, che un fantasma compaia su un autobus Greyhound sul quale viaggi anche la Fata turchina, che Andersen si animi nel suo bronzo ed evochi angeli della morte, che il Grillo parlante faccia miracoli, che Sancho nasca per partenogenesi dal desiderio del padre Quichotte e da una pioggia di meteoriti.
Il grande regno della fantasia è perciò l’universo parallelo dove l’uomo può mettersi in salvo sfuggendo al deterioramento della vita di relazione sulla Terra, quella che Rushdie per bocca di Fratello chiama “spazzatura culturale”, per rimuovere la quale anche Cervantes si è mosso con determinazione e profitto. Entro questo quadro tutto è connesso: lo è permanentemente Quichotte con la televisione di cui è succube, lo è ancora Quichotte quando riceve dal cugino Dr Smile l’incarico di consegnare a Miss Salma R. doti mensili del suo potente psicofarmaco, lo è l’Autore con i suoi personaggi e con Quichotte in particolare, giacché ritiene che «ormai sono uno parte dell’altro», al punto da sperimentare come ogni avvenimento messo in capo a Quichotte lo veda realizzarsi nella propria sfera, e probabilmente connesso è anche Rushdie con l’Autore e tutti i personaggi, tanto da poter enunciare un teorema empirico, che lascia che sia Quichotte a esprimere, peraltro con la stessa intermittente lucidità di cui Cervantes ha dotato il suo Cavaliere della Mancha: «Ognuno viveva nella propria scatola, ma poi tutte le scatole si sono aperte per cui ognuno deve capire cosa succede nelle altre per sapere della propria: tutto è diventato connesso».
Rushie ne è convinto se stabilisce qui il suo credo, che intesta a Fratello, vittima di «una rara malattia per effetto della quale il confine tra arte e vita risultava sfumato e permeabile, tanto che a volte lui era incapace di capire dove finiva l’una e cominciava l’altra e – peggio ancora – era posseduto dalla stolta convinzione secondo cui le fantasie delle persone creative potevano traboccare dai confini delle opere stesse e avevano il potere di entrare nel mondo reale e trasformarsi, talvolta persino in meglio». È quanto succede ripetutamente nel suo libro dove arte e vita, reale e reality, vero e finto si intrecciano in un funambolico rovesciamento di ruoli teso a innestare vorticosi schemi simbolici e spirituali come nel caso delle sette valli della rinuncia, da affrontare, quali avventure donchisciottesche degne di un cavaliere, come tappe necessarie «per meritare l’amore dell’Amata» per infine arrivare nell’ultima valle, quella dell’annullamento a Sonoma.
Intorno a questi aspetti fumistici e troppo astratti (uguali all’inspiegabile precisazione del numero di abitanti di ogni centro abitato visitato, nei modi di un beadeker per turisti on the road, all’eccessivo profondismo intellettualistico, alla ossessiva nominazione di topoi, marche, programmi Tv e slogan tutti statunitensi, tali da fare di Quichotte un romanzo decisamente Made in Usa) Rushdie perde il confronto con Cervantes e la sua leggerezza, ma è magistrale nel ricreare le vite parallele di Quichotte e Fratello, nel disporle secondo un apparente piano di discontinuità per infine ricongiungerle e dimostrare che il romanzo che l’Autore sta scrivendo è il portato di un dejà vu, l’effetto di una esperienza metafisica capace di esaltare le possibilità della letteratura come fonte di verità e di interpretazione del mondo: anche di un mondo in via di distruzione. Come dice l’agente della Cia a Fratello, «certe parti, per essere comprese, richiedono una notevole sospensione dell’incredulità». Sospensione che è necessaria quando Rushdie si inoltra spavaldamente in pieno territorio science-fiction, come nell’esempio dello stesso agente segreto che dice a Fratello di aver letto le sue opere e fra queste anche quella cui sta lavorando, motivo per cui gli chiede di Figlio che da molto tempo non vive più con lui: e glielo chiede sulla base del fatto che Sancho, figlio di Mr. Quichotte, non può essere che il calco immaginario del suo vero figlio con il quale Fratello è dunque sicuramente in contatto. La spirale che miscela realtà e finzione arriva al punto – ma siamo in pieno divertissement – da porre Figlio a capo di un’organizzazione clandestina di hacker col nome Quix97, alias Marcel DuChamp (come l’artista francese dei ready-mades), quasi uguale a quello di Sam DuChamp scelto da Fratello quale pseudonimo dei suoi mediocri romanzi di spionaggio, un Quix97 apparso in un video su Youtube con una maschera di Don Chisciotte vista in un vecchio musical. Va bene che tutto è connesso e tutto può succedere, ma credere davvero a tutto ed escludere dal mondo la coincidenza e il fortuito è chiedere troppo.
Infatti Rushdie non si aspetta di essere preso sul serio. Il suo romanzo dal tono picaresco e spiritualistico è anche un fantasy: Sancho, nato dal nulla e legato fisicamente al padre a costo della vita, diventa prima un ragazzo vero in carne e ossa (evidente il debito alle Avventure di Pinocchio, di cui Rushdie mutua lo spirito oltre che figure come il Grillo parlante e la Fata turchina, cui assegna compiti però invertiti, al primo di fare prodigi e alla seconda di ammannire buoni consigli) e poi un individuo deciso a rendersi autonomo dal padre, ma muore frantumandosi e scomponendosi come i pixel di uno schermo televisivo per tornare nel nulla ed espiare la colpa di aver rapinato la zia ed essersi staccato dal genitore. Fratello gli ha dato natali siderali perché ha avuto suo figlio esprimendo con la moglie il desiderio di averne uno davanti a un cielo del West stellatissimo.
Per questa via il fantasy torna sul terreno del concreto, nel quale Rushdie tiene sempre il romanzo quando narra di Fratello e delle sue vicissitudini: che essendo troppo speculari a quelle di Quichotte inducono inevitabilmente a confondere realtà e irrealtà, che è l’effetto senz’altro voluto da Rushdie, non nuovo a tali contaminazioni di genere e spinto volentieri a sorvolare magicamente la realtà piuttosto che calcarla. Stavolta il suo sguardo a volo d’uccello sull’America si è servito di un’ottica letteraria europea e nel rivestire Don Chisciotte di abiti moderni si è forse più riconosciuto in Quichotte che in Fratello. E, come Quichotte, ha guardato forse troppa televisione perdendo alla fine se non il senno certamente la pazienza, così brandendo il mouse al posto della spada è uscito nel mondo a riparare torti fatti alla cultura e ripulire spazzatura culturale.