sabato 28 agosto 2010

Il Caino ricreato di Saramago



Pur avvertendo che il racconto non ha nulla di storico, Saramago è al libro che non nomina mai, la Bibbia, che si rifà scrivendo di Caino nei modi di un revisionismo arrabbiato e indignato, dissacratorio e a volte sprezzante, certamente blasfemo. 
Cosa per esempio dovrebbe dire Abramo al Signore quando gli ordina di uccidere Isacco? Semplicemente «Vai a cagare». E perché Lucifero si ribella a Dio? Perché ne ha scoperto la «natura maligna». Non sono che solo due iconoclasmi: a provare quanto Saramago rinfocoli il suo ateismo, consegnando nell’ultimo libro della sua vita un testamento empio che, sia pure nel dettato dei testi sacri, eleva Caino a una dignità pari e forse superiore a quella di Dio con il quale stringe anche un patto di sopravvivenza (non diverso da quello che Dio stabilisce con Satana perché Giobbe non muoia di morte violenta) e al quale parla a tu per tu, con grande sgomento di Noè, testimone di una discussione tra vecchi conoscenti: Caino fa per esempio notare a Dio che costruire un’arca lontano dal mare, per il principio di Archimede che evidentemente – pur onnisciente – non conosce, significherà fare morire tutti sotto il diluvio, mancando all’imbarcazione la spinta d’acqua uguale e contraria necessaria per tenerla in superficie. 
Ma come può Noè apparire insieme con Caino? Saramago è un romanzo che vuole e non un saggio, perciò immagina «repentini cambiamenti del presente che fanno viaggiare Caino nel tempo, ora in avanti e ora indietro», cosicché possa attraversare l’intero Vecchio Testamento trovandosi su tutti i teatri biblici, testimone attonito e a volte compartecipe degli eventi: come quando, prima che giunga l’angelo del Signore, ferma con la forza la mano di Abramo che sta per tagliare la gola al figlio per poi accusare l’angelo che se non fosse stato per lui Dio avrebbe voluto davvero la morte di Isacco. Caino gira il mondo prototerreno in groppa a un asino, un “ronzinante” che lo rende cervantino cavaliere errante in taccia però di ebreo errante: porta con sé il proposito di riparare torti divini come anche una mira di progressive disvelazioni che mutano il senso di colpa per l’uccisione del fratello nella coscienza di aver commesso un delitto di gran lunga inferiore a quelli di Dio. Il quale se non ha ucciso un fratello ha comunque fatto morire un figlio sulla croce; ha distrutto le peccaminose Sodoma, Gomorra e altre città trucidando anche tutti i bambini che in peccato non potevano essere; ha annientato Gerico e tutta la popolazione nonché tutti gli animali per il furto di qualche oggetto d’oro da parte di un solo ladro, per giunta reo confesso e pentito; ha fatto strage degli stessi ebrei perché sorpresi ad adorare un vitello d’oro; ha massacrato decine di migliaia di abitanti di Madian accusati di avere ucciso, in difesa della loro città assediata, appena trentasei soldati israeliti; e ha sempre bramato sangue e vendetta, istigato a uccidere: fino a fermare il sole per dare tempo a Giosué di menare strame di infedeli prima che facesse buio, non dopo averlo però chiamato in disparte per dirgli a un orecchio che il sole non può fermarlo perché è già fermo mentre è la terra che in realtà gira – tutte cose ancora non rilevate all’uomo, a dispetto delle Scritture. 
Di più: Caino, incontrandolo personalmente, e “benedicendolo in faccia”, lo accusa di aver fatto penare Giobbe, privandolo dei figli e di ogni bene, nonché della salute, solo per una scommessa con Satana che si dice convinto di come, ridotto in miseria, anche il più fedele dei suoi devoti lo avrebbe rinfacciato faccia a faccia, mentre Giobbe dice alla moglie che se il Signore fa il bene può fare anche il male, così risolvendo in un esito mai seriamente investigato – nemmeno da Saramago in questa occasione – l’assillante tema della teodicea, già peraltro regolato dalla stessa preghiera del “Pater noster” laddove l’uomo accetta che sia fatta sempre la volontà di Dio, a fin di bene come anche di male. 
Ma questa ottica non postula anche una cointeressenza tra Dio e Satana? Saramago allora teorizza che Satana altro non sia che uno strumento di Dio incaricato di fare per lui i lavori sporchi, cioè il male, adombrando quindi l’ultimo inaudito corollario in base al quale Dio è anche Satana. Una tesi che non è solo Saramago a sfiorare. L’abbiamo già trovata in un libro che Saramago non può non avere tenuto presente scrivendo Caino, perché ne ripassa lo spirito come anche i casi di tralignamento di Dio e delle sue possibili colpe gravi. Il libro, uscito nel 2005 in Francia, quattro anni prima di Caino in Portogallo, è Dio, l’uomo e il diavolo, pubblicato in Italia nel 2007 da Sellerio, scritto dall’ungherese François Fejtö: con la differenza che per Fejtö è il diavolo la causa delle deviazioni di Dio dalla via del bene nella sua perenne lotta sull’uomo, mentre per Saramago Dio, interrogato da Caino, non esclude altre forze trascendenti pari a lui. Ad ogni modo, come dice Caino a Lilith, Dio è folle o semplicemente cattivo. 
La figura di Lilith (che secondo certe tradizioni anche ebraiche è la prima donna di Adamo, simbolo del male e madre di Caino: che è dunque fratellastro di Abele, figlio nato da Eva), è edipica giacché è proprio con Lilith, regina e padrona della prima città del mondo terreno, che Caino conosce il sesso ed è a lei che pensa di tornare, come infatti torna, nelle sue peregrinazioni veterotestamentarie. A Lilith Caino rivela il perché del segno che sulla fronte gli ha impresso Dio cacciandolo nel mondo, un marchio di infamia per aver ucciso il fratello, e ne ottiene la comprensione. 
Ripetendo esattamente le tesi di Fejtö, Saramago giustifica il suo gesto: Dio ha rifiutato tutte le sue offerte di agricoltore, preferendo senza alcun motivo quelle di Abele che gli sacrifica animali solo perché è allevatore, armandogli così la collera. Non potendo uccidere Dio, Caino uccide il fratello servendosi di un teschio di animale che evidentemente Dio gli fa trovare sul luogo del delitto, ma in realtà è proprio il Signore che vuole uccidere a causa della sua palese ingiustizia. Caino non è cattivo: è ubbidiente, servizievole, zelante sul lavoro, gioca sempre con Abele che ama quanto i genitori, è sensibile perché si commuove a vedere crescere i fiori, ha un radioso futuro davanti. Ma Dio lo rende artefice e incarnazione del male e della maledizione dell’uomo, nello stesso tempo però in cui lo fa anche parte del progetto di salvezza divina cooperando, come il Giuda di Borges, alla Rivelazione. 
Il Caino di Saramago alla fine si trova sull’arca di Noè e uccide tutti i progenitori incaricati da Dio di creare la nuova stirpe umana dopo la dannazione della prima. Rimane lui il padre di tutti gli uomini, che probabilmente nascono dall’accoppiamento di Caino con gli animali, una scimmia forse. Ma questo Saramago non lo dice. Gli piace lasciarci a pensarci su.