martedì 4 settembre 2007

Quarto Stato? Quella marcia è contro la polizia



Secondo la gran parte degli studiosi di arte, alla base della decisione di togliersi la vita c’è in Pellizza da Volpedo la consapevolezza di non essere riuscito a fare con Il quarto Stato un monumento del proprio privato da trasferire sul piano pubblico – meglio: politico e forse ancor meglio: ideologico –, impossibilità di cui il pittore trentanovenne si rende conto di fronte alla morte della moglie e del primo maschio appena nato: quasi che il quadro fosse stato concepito per affermare una sineddoche (la trasposizione di una parte, la famiglia, nel tutto, la società) quando invece a realizzarsi è un ossimoro nell’antitesi appunto di famiglia e società. 
La disillusione cede perciò a quella temperie culturale, meridionale soprattutto, opposta cioè all’anagrafe piemontese di Pellizza, che da Verga a De Roberto propone la questione sociale nel segno di uno sradicamento dell’individuo e di una spoliazione della sua identità e del suo ruolo in seno alla famiglia. Teoria suggestiva, alla quale si aggancia un corollario vertiginoso: se Il quarto Stato è il cab del socialismo che va insorgendo e che va costituendosi nel partito delle “magnifiche sorti e progressive”, nel partito cioè del futuro, il male che mina Pellizza è allora lo stesso che porterà il Partito socialista a collassare, a vivere lo stesso suicidio del pittore perché incapace di dare contenuto alle speranze del mondo dei lavoratori. Un’utopia che integra un’aporia: l’indimostrabilità che un ceto sociale emergente possa tradursi in una classe politica sulla base di una ideologia. 
È pur vero che a dare ragione all'opinione dominante non è tanto il fondamento del teorema (che sulla verticale delle scienze umane avrebbe potuto spingersi fino a negare, muovendo dalle stesse premesse, la disciplina della sociologia come studio dei comportamenti collettivi) quanto la storia perché il socialismo internazionale ha avuto ben altre vicende che non quella esiziale italiana, ma è proprio nel legame tra le due tensioni strettamente italiane – una, personale, del Pellizza che vuole monumentalizzare la famiglia vedendo in essa il nucleo della società del futuro, e l’altra, nazionale e umanitaria, di più: risorgimentale, che quella società vuole costruire su basi di massa e di lotta, diciamo di folla e di marcia, a restare al senso del Quarto stato – che l’“apologo morale” offre la più rivelatrice delle ipotesi che possano farsi e sul suicidio di Pellizza e sul suicidio del Psi.
Ma siamo sicuri che, sia pure inconsciamente e al di là delle sue stesse indicazioni d’intenti, Pellizza veda nella folla che avanza il portato di un’istanza progressista, e dunque socialista, tanto più incoercibile e inarrestabile quanto più la folla sembri non in cammino verso una destinazione di speranza ma compatta in una marcia di conquista? Siamo cioè sicuri che quella folla non vada, come pure è stato notato da più parti, verso uno scontro con le forze militari di repressione e dunque verso un martirio di massa, già consapevole, ancor più perché non armata, dell’irredimibilità della propria condizione?
A questo punto anziché una coscienza socialista, astratta e ideologica, si potrebbe rintracciare nel Quarto Stato, osservato a ridosso del precedente Fiumana, uno spirito semplicemente sociale, filtrato peraltro dai modelli di realismo umanitario invalenti al tempo di Pellizza. Posto che tutti i quadri di Pellizza portano un presagio di morte, la domanda è allora questa: se la folla è ispirata a un ideale ottimistico e punta, sotto l’egida socialista, a un domani di progresso e dignità, perché nessuno sorride? E perché la donna col bambino, indicando la terra e rendendo scomposto il suo passo, sembra volere fermare i due uomini che guidano la folla? Un elemento di raffronto con Fiumana suggerirebbe che qui gli uomini in cammino vestano in maniera non uniforme rispetto invece al Quarto stato dove sembrerebbero indossare come delle tute. 
Che significa questo? Pellizza è un uomo legatissimo alla sua famiglia non meno che al suo paesello rurale, popolato di contadini che conosciamo già da Ambasciatori della fame, dove appare una prima indistinta marcia. I contadini delle prime due tele sarebbero diventati dunque gli operai della terza e andrebbero in città, nelle fabbriche, lasciando la campagna e rispondendo al credo dell’urbanizzazione che involgerebbe la questione industriale a specchio di quella sociale. 
I loro volti non esprimerebbero determinazione o protesta ma rassegnazione al proprio destino di contadini costretti a diventare operai e a sradicarsi. Ed è una donna che sembrerebbe volersi mettere di traverso e fermare quello che lei vede, la sola, non come progresso ma come determinismo: con il suo bambino, vorrebbe riportare la sua gente alla famiglia e alla terra, scongiurando la diaspora, l’emigrazione e infine la globalizzazione. Contro la storia, la società e il nuovo che avanza. In definitiva Pellizza potrebbe averci dunque dato suo malgrado un monumento al conservatorismo.