martedì 29 luglio 2014

L'amore di Ozpetek al tempo presente


Succede molto spesso che critica e pubblico abbiano opinioni antitetiche, effetto collaterale del fossato sempre più largo tra istituzional-ufficiale e real-popolare. L'ultimo caso è Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek, un film bellissimo il cui unico difetto è il titolo, degno del peggiore cinema panettone o della più melensa chick lit. La critica lo ha massacrato. Sbagliando.
Tolto il titolo (che adombra uno scopo parenetico contro il mal di vivere e il male nel mondo, ma tradisce il solo intento di assecondare la moda giovanilistica esitando una battuta da prima liceo), il film reitera il tema dell'amore tra eros e thanatos senza nulla volere aggiungere al risaputo cliché che lo stesso cinema da Love story a Autumn in New York e oltre ha proposto: lei si ammala di cancro e lui si scopre perdutamente innamorato. Ma con la differenza che qui il resto della vita non viene raccontato come un'ultima offerta da prendere disperatamente e sfruttare al massimo, nel senso cioè di un ultimo inno ad essa, ma viene del tutto eliminata: immaginiamo che lei muoia ma non sappiamo quanto le resta e cosa farà, eppure ci rimane la speranza che invece possa salvarsi e tornare alla sua vita, così come sembra prometterle la dottoressa che l'ha in cura. Vivrà o morirà è questione che riguarda solo lei e dopotutto è irrilevante se, nel perenne discorso intorno alla morte e alla vita, da Amore e Psiche e Euridice ed Orfeo in poi, un altro valore si mostra prevalente: l'amore. Che sopravvive sia alla vita che alla morte. 
Quel che sul crinale tra essere e non essere Ferzan Ozpetek ci racconta, dal fondo di una sensibilità acutissima che forse solo un omosessuale può avere, non è come finisce la storia ma come la storia si ferma, insemprandosi quasi, sul senso dell'amore, cosicché il futuro che verrà viene lasciato alla mera e onirica visione di Elena che immagina con sgomento quel che sarà dopo di lei per ritrovarsi subito nel suo presente o essere riportata nel suo amabile passato. Tant'è che il regista turco è sulla vicenda dei tempi, giocando tra analessi e prolessi, che intende insistere favorendo su tutt'e tre le dimensioni il presente, che amaro quanto possa essere è l'unico che rimanga da vivere e meriti di esserlo in una cristallizzazione dell'hic et nunc che raramente il cinema di questo genere ci ha dato.
Entro questa chiave la scena più bella del film, la più forte e più delicata, quella che ricorderemo, è la prova d'amore che Antonio, marito scapestrato e infedele seriale, dà alla moglie malata, con la quale nel suo letto d'ospedale, la testa ormai calva, fa l'amore in maniera delicata e struggente contrariamente alla sua indole di bull. Quando lei si scopre il capo e gli dice che è sporca, accennando a un rifiuto, lui l'abbraccia semplicemente di più. In quel momento chiunque vorrebbe chiudere la porta e uscire lasciando marito e moglie da soli.
Il film è privo di finale perché l'amore non può avere fine, nonostante la morte. Questa verità, così banale e vista come una zeppa dalla critica - di più: come un rimestamento della solita melassa cuore-amore - è qui resa nei modi dell'ineffabilità, così il non detto esprime più del pronunciato rivolgendosi non a tutti ma a ciascuno di noi. In un serrato confronto sulla natura dei malati e sull'ipocrisia dei medici, la dottoressa dice ad Elena che ogni malato è un caso a sé, intendendo anche che ha una storia a sé. 
Come la malattia, anche l'amore - ed ecco la verità di Ozpetek - si divide quindi in tanti amori quanti sono i cuori che li scaldano, ognuno costituendo una storia individuale e dunque non narrabile per tutti o catalogabile come idea platonica. Infatti il film si astiene dal farlo, con rispetto e pudicizia di fronte alla morte incombente e alla malattia che trasfigura.
Ben recitato da tutti, naturale, spiritoso, persino dissacrante di fronte al mistero della morte, con siparietti che hanno il compito di smorzare il pathos, questo film riconverte il funesto e sinistro ghigno della malattia, che tanta letteratura ha riempito portando le tisiche anche nell'opera lirica e proponendo sempre la morte come sacrificio di bellezza, in un esortativo sorriso alla vita che non si priva nemmeno della risata e che nel disincanto di Egle, la compagna di ospedale di Elena, sorprende addirittura lo sberleffo in faccia alla morte.
Anziché concludersi il film torna indietro e sembra voler ricominciare in un gioco palindromico di memoria e sogno che altro non sottende se non il senso più aruspice della vita e del suo eterno ritorno. A dispetto di una critica che ha visto troppi film ispirati all'amore in combinazione con la morte da non distinguerne più uno, quest'ultimo di Ozpetek, così lieve e delicato, eppure così ordinario, direi normale e quotidiano, si vale di un elemento che lo rende diverso, quello della favola del nostro tempo. Comincia con un "c'era una volta" e invece di un finale e irenico "e vissero felici e contenti" si interrompe sul più brutto: lasciando che un epilogo non possa esserci e neppure immaginarsi. Così battendo anche la morte nell'unico modo possibile che abbiamo: prolungando la vita anche oltre la vita stessa con il mistero dell'amore.