venerdì 25 luglio 2014

Quel che Borsellino stava per dirci

Palermo, Via D'Amelio, 19 luglio 1992

Prima del luglio 1992 la storia di mafia "esemplare" era stata il delitto Notarbartolo. E prima ancora l'omicidio Petrosino. Oggi è l'eccidio di Via D'Amelio a sostenere il nostro immaginario mafiosofico quanto alle collusioni con istituzioni e apparati estranei 
Dopo le ignare e incaute rivelazioni di Riina sulla dinamica dell'attentato, replay dell'attentatuni di due mesi prima, il sacrificio di Borsellino e della sua scorta pesa ancora di più sugli ambienti coperti e deviati della politica nazionale quando l'inchiesta palermitana di Di Matteo su Stato e mafia fatica invece a fare passi avanti. Nelle sue confidenze di cortile il boss tuttora in carica di Cosa nostra si vanta dell'esecuzione della missione di morte e della perfezione preparatoria, esaltando quindi il risultato di cui fu responsabile e nulla dicendo delle ragioni - e delle menti - che lo avevano voluto e commissionato. A tale proposito si potrebbe mutuare quanto scriveva Tucidide, per il quale ciò che dà inizio a una guerra è diverso da ciò che la provoca. 
Entro il suo confronto con lo Stato, nel caso di Riina è valso anche un altro principio, in base al quale i motivi per cui una guerra scoppia possono essere gli stessi per cui si stabilisce la pace: principio antecedente a quello tucidideo e che a Palermo ha portato nel 1992 a un pactum sceleris ad excludendum tra mafia e Stato, dove a essere esclusi, e quindi eliminati, sono stati i fautori di una guerra sì, ma condotta contro la mafia.
Esemplare questa storia perché contribuisce a dare della mafia un'idea non circoscritta alla sola Sicilia e relegata dentro le sue condizioni storiche e sociali, ma estesa al di là del Faro, con legami romani analoghi a quelli intessuti dal caso Notarbartolo e propaggini intercontinentali come fu per Petrosino. A riprova, come vuole un certo pensiero di tipo sicilianista, che la mafia è Cosa italiana, o se si preferisce Cosa nostra ma anche loro.
E proprio "esemplare" definì il delitto Notarbartolo lo scrittore piemontese Sebastiano Vassalli, quando giustappunto nel 1992 si trovava a Palermo per raccogliere documenti sul romanzo, Il cigno, che sarebbe uscito l'anno successivo. A luglio visse da testimone i giorni che seguirono la strage di Via D'Amelio e gli capitò di salire sul treno Palermo-Termini Imerese nell'intento di rifare il viaggio del marchese assassinato in galleria, sentendo i viaggiatori protestare sullo stigma di mafiosa che i giornali avevano subito dato alla strage, come se potesse essere stata di altra matrice, fors'anche di corna. 
Proprio nel 1992 usciva, scritto da un altro piemontese, Giorgio Bocca, un libro che malediceva il Sud e in particolare la Sicilia, L'inferno, dove il delitto di dieci anni prima di Dalla Chiesa, altro piemontese, cuneese come Bocca, veniva imputato non alla mafia ma a tutta l'isola. Bocca dirà che per battere il bandito Giuliano, o perlomeno per fargli da contraltare, era stato necessario che nel Palermitano giungesse un settentrionale, anzi uno straniero, Danilo Dolci, a dare l'esempio di una figura positiva, capace di raccogliere consenso contrario a quello appannaggio dell'equivoco fuorilegge in combutta con i poteri forti. 
E Leonardo Sciascia, nel primo romanzo dopo l'istituzione della Commissione antimafia, Il giorno della civetta, farà venire dalla Lombardia il capitano dei carabinieri incaricato di fronteggiare - a compiacere, dirà Vassalli - don Mariano, mentre in tempi ben più recenti, in alcuni saggi e romanzi iniziali, Andrea Camilleri accoglierà ufficiali e funzionari piemontesi in doppia cotta: con il cognome duplice e il trattino in mezzo, a farsene beffa, e con grande ammirazione per le loro qualità morali: dunque assumendo finalmente una posizione equilibrata, ma nulla decidendo o suggerendo circa l'anagrafe della mafia, vexata quaestio che attiene alla sua dimensione e natura solo siciliana oppure nazionale. 
Se Sciascia vede la palma risalire il continente, Camilleri non pensa ad alzare lo sguardo oltre lo Stretto e, come il suo conterraneo agrigentino di Racalmuto, propone una mafia che non è necessariamente e storicamente cattiva. Qualcosa in più rispetto ai grandi dioscuri della letteratura siciliana, Verga e Pirandello: il primo sfiora l'argomento in un racconto non ripubblicato, "La chiave d'oro", mentre il secondo in I vecchi e i giovani affronta il tema, senza mai scrivere la parola mafia, solo sotto la specie antropologica.
Ammettiamolo: gli scrittori siciliani hanno sofferto di miopia perché, essendo troppo vicini, non hanno mai messo a fuoco la mafia e ne hanno dato delle sofisticazioni e delle falsificazioni se non a volte delle mistificazioni. Al contrario dei giornalisti e dei saggisti siciliani, da Michele Pantaleone a Salvatore Lupo, che della mafia ci hanno detto tutto quanto oggi sappiamo. Quel che ancora non sappiamo, perché Falcone e Borsellino sono stati zittiti quando stavano per mettercene al corrente, è se la sede illegale della grande holding o della newco è stata trasferita a Roma e se a Palermo è stata mantenuta quella operativa.