martedì 26 agosto 2014

La scoperta dell'America in Sicilia



Quando nel 1931, di ritorno dall’America, il neodirettore del “Mattino” Luigi Barzini, volendo rinnovare il giornalismo italiano, cominciò col sopprimere la terza pagina, non soltanto privò Elio Vittorini di trecento lire al mese ma diede soprattutto la stura a una polemica il cui merito è stato quello di avere dimostrato come, nello stesso Vittorini non meno che nella cultura nazionale, un’avversione possa mutarsi in entusiasmo appena dieci anni dopo. Barzini vedeva nel giornalismo americano un modello d’importazione contro la stanca retorica italiana. Di più: sosteneva che la letteratura americana fosse la migliore del mondo.
Nella polemica intervenne naturalmente anche Vittorini, accorso in difesa del primato della letteratura italiana: «E Lewis, il conclamato Lewis, che cos’è Lewis a paragone del nostro Svevo? Ma Barzini ha letto Svevo? E ha mai sentito parlare di un certo Emilio Cecchi, di un certo Moravia, di un certo Malaparte? Tutti Premi Nobel egregio Barzini, un po’ più che Premi Nobel».
Emilio Cecchi è lo stesso critico che nel 1942, su pressione del governo, verrà sostituito da Bompiani proprio a Vittorini come autore dell’introduzione all’antologia chiamata Americana, interamente curata da un Vittorini cui la censura opporrà un tenace «niet» per il tono troppo elogiativo usato nella sua nota di presentazione della crestomazia di autori americani. Conformemente alle direttive ricevute, Cecchi, legatissimo alla tradizione nazionale, si adopererà invece per svilire le scaturigini di tanto interesse verso una narrativa divenuta tanto cara a Vittorini. «Fu l’illusione d’essersi finalmente imbattuti in una letteratura che non avesse a che fare con la letteratura, che non fosse viziata e minata di letteratura: una letteratura “barbara” o in certo qual modo primitiva, giacché il desiderio di una prisca ingenuità o almeno d’una bella rudezza barbarica non è mai così intenso come in epoche di profonda stanchezza morale e artistica».
Di diverso tenore l’opinione di Vittorini in una riedizione di Americana del dopoguerra: «La letteratura americana mi interessa come la sola che sia tutta moderna e non contenga residui rinascimentali o medievali. È l’unica letteratura moderna, voglio dire, che sia tale fin dalle origini. E appunto io la studio nei significati che prende, per questa sua particolarità e nella speciale importanza che, per questa sua particolarità, può avere agli occhi dell’uomo moderno in generale, europeo o americano o altro che egli sia».
Il Vittorini che in dieci anni rivede, rivoltandolo come un guanto, il suo sentimento verso l’America (ma nel mezzo ci sono gli «astratti furori», c’è Conversazione in Sicilia) non si limita a pubblicare e tradurre autori americani in Italia. Quattro anni dopo, sul “Politecnico”, stampa anche tre puntate di una incompiuta Breve storia della letteratura americana che persegue l’ambizioso progetto di autorizzare il realismo americano alla Steinbeck e alla Faulkner a rispondere alle domande di perequazione sociale che promanano dal movimento comunista. Vittorini vede nell’emergente narrativa americana, guidata da Hemingway, la soluzione dei mali che da un lato minano il corpo sociale e politico di un Paese dove la libertà d’espressione è un bene da riguadagnare e da un altro insidiano una letteratura nazionale capace di esprimere al suo meglio non altro che un estenuato e stucchevole dannunzianesimo.
La «scoperta dell’America» letteraria a opera di intellettuali come Vittorini, Pavese e Pintor agisce quindi come efficace reagente all’ermetismo e al bellettrismo della prosa d’arte imperanti in Italia e fa da indistinto ma forse non ignaro battistrada all’insorgente neorealismo.
Ma già negli anni Trenta, quando il fascismo, per dirla con Pavese, diffonde i suoi miti, una generazione particolare di letterati fascisti, quelli detti «di sinistra», guarda oltreoceano con nuovo interesse. Pavese ricorderà quegli anni con parole che sembrano appartenere a Vittorini: «La cultura americana ci permise di vedere svolgersi come su uno schermo gigante il nostro stesso dramma. Una volta anche un libro minore che venisse di là ci commuoveva e poneva problemi vivaci, ci strappava un consenso. Succede talvolta che leggiamo un libro vivo che ci scuote la fantasia e fa appello alla nostra coscienza, poi guardiamo la data: anteguerra».
Le due anime della cultura Usa, puritanesimo romantico e primitivismo rousseauiano (che, seppur tenute sempre legate al caposaldo del dato reale, in tutti gli autori americani dell’Ottocento e del Novecento, dai trascendentalismi alla Thoreau ai romantici come James, si traducono in soluzioni narrative fortemente simboliche e allegoriche, cui non possono certo resistere né un Pavese né tantomeno un Vittorini), trovano la cultura italiana pronta a ricevere il messaggio proveniente da quel mondo nuovo che pavesa una wilderness e una libertà civile concepite come massicce insegne da inalberare contro le negazioni politiche e le chiusure mentali di un’Italia «strapaesana» politicamente blindata e letterariamente ripiegata su indecisi rigurgiti classicisti.
Il nuovo interesse per la letteratura americana, osservata fino a questo momento solo nelle sue rispondenze ai canoni richiesti dal gusto europeo, fa dire a Cecchi che se «l’inizio della Prima guerra mondiale trova i lettori di tutto il mondo a testa china sui romanzi russi, l’inizio della nuova guerra, nel 1939, li ritrova a testa china sulle novelle e sui romanzi americani». Nel caso di Vittorini, una volta convertito al nuovo credo americano, progetta costantemente un viaggio transatlantico tanto da chiedere al suo editore newyorchese James Laughlin di tenergli da parte gli anticipi per il libro Lo zio Agrippa passa in treno (poi Le donne di Messina) per quando fosse arrivato. Ma, per qualche ragione (diversamente, per stare in Sicilia, da un Giuseppe Antonio Borghese che nel ’31 va esule in America fino al ’48 da lì scrivendo, secondo Sciascia, le sue cose migliori) Vittorini non andrà mai in America, forse trattenuto dal timore di trovarsi in una realtà diversa da quella che ha immaginato leggendo e traducendone gli autori.
La vicenda personale di Vittorini, che prima detesta l’America, poi la magnifica e infine rinuncia pure a visitarla, integra la condizione nella quale si pone in particolare la cultura siciliana. In Diario romano Vitaliano Brancati annota con dissacrante e lapidario sarcasmo il «piacere» tutto nuovo di guardare oltre i confini: «Fra il ’35 e il ’39 molti storici italiani pubblicarono libri intitolati “Dove va l’Asia?” “Dove va l’America?”, “Dove va la Polonia?” Essi erano sommamente impensieriti per la sorte di terre lontanissime che d’altronde non avevano mai visitato».
Votata storicamente a europeizzarsi (vocazione alla quale fa da convincente profeta lo stesso Vittorini reduce dal suo «scarico di coscienza»), decisa a tenere il passo soprattutto con la Francia (Bufalino si dichiara «francesista selvaggio e dimezzato»; Sciascia progetta addirittura di trasferirsi a Parigi), la cultura siciliana stabilisce sin dalla nascita del nuovo interesse nazionale per l’America rapporti di attrazione e repulsione, alimentati e resi contraddittori dalla combinazione di due sentimenti popolari concomitanti e complementari, ognuno dei quali a sua volta motivo di conflitto interiore: il sentimento dilaniante del dramma dell’emigrazione contrapposto alla speranza del ritorno, e il sentimento politico, di fronte allo sbarco in Sicilia, di appartenenza o meno alla fede fascista. Si tratta, come si vede, di atteggiamenti con cui soltanto la cultura siciliana, per ragioni storiche, è chiamata a fare i conti.
Scrive Vittorini proprio in Americana: «Mentre una storia politica non ha in sé la storia della letteratura, una storia della letteratura ha sempre in sé la storia politica». La narrativa siciliana non può quindi ignorare l’America per ciò che l’America significa, nella storia recente, per la Sicilia. In un racconto esemplare intitolato La zia d’America Leonardo Sciascia, quando siamo già nel 1958, ricalcola i motivi di amore e rancore che legano i siciliani agli americani, restituendoci, dice Walter Mauro, «la visione di un’America del tutto diversa da quella che durante il fascismo avevano realizzato intellettuali come Pavese, Cecchi e lo stesso Vittorini». Quella che Sciascia chiama «l’epopea del ritorno» si precisa attraverso la lente di un ragazzino che vede nella propria famiglia la rappresentazione di una ilarotragedia di schietta marca pirandelliana: lo zio fascista e antiamericano non si fa scrupolo di sposare la cugina, figlia della sorella della madre, della quale scopre che è tornata dalla decantata America unicamente per trovare alla disinvolta figliola un marito rigorosamente del paese natale, nel quale evidentemente non si può vivere ma alla cui human norm non si intende comunque derogare.
L’America da «cantare» e del way of live da adottare si ridimensiona nei modi di una condotta che rivela l’uniformità di fondo dei costumi americani a quelli siciliani e per questa via postula da parte di Sciascia l’abiura dell’american dream e con esso di quel mood letterario made in Usa che tante aspettative aveva pur incoraggiato dentro una proposta di realismo di nuova maniera. Per rimanere a Sciascia, se nelle Parrocchie di Regalpetra aveva scritto che «ora gli americani erano sbarcati, stavano per arrivare: avremmo letto tutti quei libri che ci erano stati proibiti, Santuario e Addio alle armi: tutto Hemingway. E Faulkner e Caldwell. E il primo libro che portarono gli americani fu invece La commedia umana di William Saroyan» ora nella Zia d’America Sciascia corregge il suo atteggiamento: «In un libretto che avevano portato i soldati americani per educarci all’America, La commedia umana, avevo tenuto Saroyan come una bibbia: ora cominciava un po’ a venirmi a noia, mi pareva fosse un giuoco, uno di quei giuochi fragili che dopo un buon pranzo certuni fanno con gli stuzzicadenti e la mollica: Saroyan era l’uomo finalmente sazio e grato che giocando con gli stuzzicadenti cantava l’America».
La delusione, anzi la disillusione dell’America cresce in Sciascia attraverso gli stessi libri e gli stessi autori americani che determinano il fervore di Vittorini. Ma già nelle Parrocchie la posizione di Sciascia nei confronti dell’America era apparsa di disincanto e venata di divertita ironia: «Il parroco del Carmine recentemente è stato in America, tra gli emigranti regalpetresi di Nuova York ha fatto buon raccolto, tutti hanno dato dollari per la chiesa del Carmine. Al parroco è piaciuto, delle chiese d’America, il suono del carillon: e ha comprato tutta l’attrezzatura per la sua chiesa. Ora il Salve Regina, l’avviso per la messa, per i vespri, per le quarantore, per le due ore di notte, si sfogliano nell’aria come grandi crisantemi bianchi. I parrocchiani del Carmine, in gran parte contadini, dicono che è stato il carillon a chiamare la neve».
Le illecebre dell’America dunque non conquistano del tutto Sciascia, così come non convincono Brancati, che nel Vecchio con gli stivali ne affronta il mito facendo opera di demistificazione: un impiegato comunale antifascista, Aldo Piscitello, è costretto a iscriversi al partito per non essere licenziato ma quando arrivano gli americani viene licenziato proprio perché fascista.
Ancora più evidente appare in Brancati la sordità al richiamo dell’America nell’illuminante racconto intitolato La vecchia stampa, dove un pensionato, Leopoldo Rapisardi, si rifiuta di seguire il figlio in America barricandosi nella sua stanza il giorno della partenza. Crede che l’America sia troppo rumorosa a differenza del senso di serenità e di silenzio che una vecchia stampa agreste comprata alla fiera di Catania gli infonde.
Ma dall’America la Sicilia, nemmeno quella letteraria, non può mai prescindere. Al punto che Sebastiano Aglianò (lo scrittore siracusano che piaceva a Sciascia) concepisce addirittura l’idea di un saggio in inglese per spiegare la Sicilia al pubblico americano. Il mito non risparmierà nemmeno Bufalino, nella cui opera il tema dell’America troverà labile spazio attraverso il filtro della memoria e limitatamente alla stagione post-bellica («Ora da entrambe le Americhe sbarcavano ogni giorno a decine i nuovi passi e nomi di danze» in Argo il cieco); ma in autori come Pirandello lo spazio che l’America trova è solo per quella del Sud: in Quando si è qualcuno del 1932, inventa un personaggio, il nipote Pietro, che viene dall’America meridionale, mentre in L’altro figlio una popolana, Malagrazia, soffre per i suoi due figli partiti per l’America del sud che inutilmente cerca di richiamare.
È invece in Giuseppe Bonaviri che il nuovo mondo riluce con sorgiva forza espressiva. Se nel Dormiveglia lo scrittore di Mineo (reduce da quel Fiume di pietra che, riprendendo Le parrocchie di Sciascia e Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, ricostruisce il clima di un paese visto da un bambino all’indomani dello sbarco alleato) «concepisce un viaggio fantastico dalla Sicilia alla Luna e da qui a New York», è nell’Incominciamento che descrive il viaggio vero che sua madre e gli zii compiono nel 1919 in America, un viaggio che si scioglie poi nel parallelo mito del bufaliniano rétour d’Amerique, il baluardo letterario e sociale che regge l’intero sistema delle connessioni culturali tra Sicilia e Usa: «Io posso soltanto dire che Puddu Pirracchia, rientrato dagli Stati Uniti, sulle pareti di casa sua, in Cortile Capra, fece, in finto oro, trafilettato di argille ocra, una mappa di New York, nelle cui strade, nel sottosuolo e lungo il fiume Hudson, si vedevano piccoli siciliani curvi che lavoravano notte e dì. E Pirracchia, che mi era prozio, sentenziava: “In ogni buco di New York si possono trovare ossa di siciliani morti”».
Da Maschere siciliane (Aragno)