venerdì 26 settembre 2014

Il talkshow secondo Santoro


Michele Santoro, ritenuto un esperto di televisione, ci dice su facebook in un altro dei suoi sermoni, come li ha chiamati ieri sera la Guzzanti, che il pubblico si è stancato dei talkshow e che occorre cambiare format. Lui lo farà dalla prossima stagione. Ma perché il pubblico si sarebbe stancato? Perché, come scrive il più parziale dei giornalisti italiani, il Paese è cambiato e perché sono finiti i grandi contrasti e sono morti i partiti? No. O non esattamente.
Proprio Santoro, che deve ai talk il suo gigantesco conto in banca, è la prova che non importa se il Paese cambia e se sono morti i partiti: anzi queste trasformazioni incentivano il pubblico. La prova è nel fatto che, essendo uomo sfacciatamente di parte (la sua innanzitutto), non ha mai fatto il moderatore ma il provocatore, la figura che la platea televisiva premia maggiormente dal momento che intende il talkshow esattamente alla lettera: discussione come spettacolo. 
Santoro piace perché sa litigare (storico lo scontro con Berlusconi). Piace Travaglio perché accusa (naturalmente solo i suoi nemici). Piace Sgarbi perché va fuori di testa. Piace Ferrara perché sproloquia. Proprio Ferrara, anch'egli lupo della televisione, una volta chiese a un ospite poco prima di andare in onda: "Ma lei sa parlare in televisione, vero?". Si trattava di un noto cattedratico, autore di libri e brillante conferenziere, ma non era un habituée della televisione, la quale richiede un linguaggio proprio, cioè gridato, ostentato, versicolare, scomposto e in arsi. Giusta la teoria di Lacan secondo la quale è più importante come si parla di ciò che si dice. Teoria che Renzi ha adottato come un credo.
Piacciono perciò anche Renzi, Grillo e Berlusconi, che in televisione danno il meglio del loro appeal politico, così come piacciono Landini, Feltri, Del Pietro e qualche altro. Gli altri, da tutti i membri dell'attuale governo ai moderatori quali Flores e Giannini, sono invece antitelevisivi, proprietà che si rivela evidente quando in studio anziché tori inferociti ci sono mucche paciose, ovvero ospiti spinti a riflettere anziché disputare. Antitelevisivi sono anche moderatori come Formigli, Mentana e Porro che amano parlarsi addosso, suggerire le risposte e zittire chi sbaglia. Fazio fa gioco a sé, non essendo nemmeno giornalista e non amando i dibattiti ma l'intervista confessionale.
L'unica cosa che dice bene Santoro è che sono venuti meno i contrasti: ma non perché il Paese sia cambiato, quanto perché un'aria di mesto consociativismo ha privato il dibattito politico di punti di vista autenticamente opposti. Del resto, se il Pd fa il governo con la destra figlia della Dc e cuce alleanze con Forza Italia, viene meno già alla fonte la possibilità che nasca uno scontro. A cascata si conformano tutti, persino i conduttori televisivi, cui mancano argomenti che siano non tanto interessanti quanto spettacolari: e per essere spettacolare un argomento deve disunire, come insegnano le teorie narratologiche, per le quali un protagonista deve avere un antagonista perché si inneschi una trama avvincente. Vige perciò in televisione lo stesso principio dell'arena, dove solo se il toro carica la corrida si infiamma. Un principio che fu anche della tragedia greca, fatta di pathos prima che di poiesis
E' tuttavia vero che i partiti sono spariti e che il Paese è cambiato: in meglio quanto al profitto dei talkshow, perché la politica si è personalizzata e l'Italia ha rinunciato a ogni forma di ideologia scegliendo il populismo. Tale doppia mutazione ha comportato un vantaggio congiunto, televisivamente parlando: ha reso gli uomini politici protagonisti e non portavoci del partito, per cui negli studi televisivi non vediamo più ospiti che appartengano alla stessa categoria, tipo i soli segretari nazionali, da Craxi a De Mita a Fini a Occhetto tutti insieme, senza vice e parvenu; e ha fatto degli stessi esponenti, diseideologizzati e quindi resi pragmatici e più vicini al sentimento comune, dei referenti concreti, dei possibili condottieri e salvatori della patria: dei populisti intenti a celebrare e affermare il culto della loro personalità.
Ma allora qual è il problema? Il problema è che mancano oggi esponenti politici che non solo siano in grado di elevarsi a condottieri ma che soprattutto sappiano andare in televisione e bucare lo schermo. Quelli che ci riescono sono pochi e sono sempre gli stessi, tant'è che sono disputatissimi e onnipresenti, cosa che induce un effetto di saturazione e di rigetto nel pubblico oltre che una ripetitività stucchevole delle argomentazioni. Un altro problema, consequenziale, è che mancano oltre ai condottieri anche i conduttori, quei giornalisti cioè che piuttosto che amministrare gli interventi li sappiano non tanto condizionarli ma esasperarli.
Non è dunque il talk come formula che va modificato, ma il format nei suoi artefici: cosa che ovviamente la situazione presente non consente di fare. Che i conduttori siano oggi nell'impossibilità di essere irriverenti? E che forse ciò era possibile quando dominavano i partiti mentre oggi ogni domanda scomoda rischia la vendetta personale dell'ospite e dunque la carriera? Queste sono le domande cui rispondere e che Santoro nemmeno si è posto.