mercoledì 5 dicembre 2018

La faccia tedesca e quella francese di Dio


C’è un punto nel quale un “ateo felice” come il tedesco Philipp Möller e un teista esoterico qual è il francese Hervé Clerc, autori di due libri concomitanti e indicativi per un genere in forte ripresa, possono incontrarsi: quello dell’inesistenza di Dio.
Per il primo – suo il best-seller Felici senza Dio pubblicato da Piemme – il trascendente è solo superstizione e “il personale di terra” di Dio, cioè il clero, è la casta privilegiata della “repubblica ecclesiastica tedesca”; per il secondo, che ha pubblicato con Adelphi A Dio per la parete nord, Dio non esiste perché l’esistenza implica limitazione e temporalità, caratteristiche queste estranee al divino, dal momento che Dio non ha bisogno di esistere per essere. In realtà dunque uno non crede nell’Aldilà e l’altro sì, ma senza avere rapporti con nessuna Chiesa, come ha scritto di lui l’amico Emmanuel Carrère in Il Regno.


Occorre peraltro stabilire di quale Dio stiamo parlando. Möller certamente pensa a quello giudaico-cristiano, il Dio personale e vivente di Abramo, mentre Clerc, cristiano tiepido e orientalista acceso, tanto da chiamare Gesù sempre ‘Īsā come fa il Corano, ha più interesse per quel Dio non antropomorfo ma assoluto, nudo, che mostra la faccia nord ed è la “divinità” di Meister Eckart (mistico dell’Occidente), posta sugli altari del brahamismo indù e del sufismo islamico. Questo secondo Dio (che sostituirebbe inevitabilmente quello nicciano morto presunto) non è il Dio personale che Clerc vede progressivamente eclissarsi, mentre Möller lo trova in continuo aumento nella ricerca dei cristiani, ma il Dio senza forma né volto né qualità che non è oggetto di preghiera ma di meditazione, il Dio dell’“unità del reale”, formula incomprensibile per un cristiano non avendo egli fatto esperienza con il suo mistero attraverso lo yoga per l’induismo o la ripetizione del nome di Allah per l’islam.
L’Occidente, che sconosce tali concezioni, indulge al misticismo solo estatico o nelle forme della comunione dei santi, eppure va popolandosi di centri di meditazione mentre le chiese si svuotano. Ciò vuol dire che la faccia nord (la parete “liscia, erta, vertiginosa” di una montagna, nella traduzione italiana) del Dio che non si vede ed è innominabile, abissale e impersonale, sta prendendo anche nel mondo cristiano sempre più consistenza con il continuo occultamento della faccia sud, cioè del Dio amico degli uomini, affettuoso e amorevole, ma anche absconditus.


Il nascondimento del Dio vivente, tema fisso da Nietzsche in poi e base della teodicea, è per Möller la prova della sua inesistenza oppure della sua malvagità perché permette la presenza del male nel mondo, mentre per Clerc è una condizione che riguarda il solo Dio personale e dunque il cristianesimo e l’ebraismo che possono rappresentarlo, ciò che invece non fa né il terzo monoteismo, giacché nella parola "Allah" coesiste insieme con il versante sud anche quello nord, né tantomeno l’induismo il cui brahman non ha neppure coscienza del male, visto che conosce la maya, l’illusione, l’origine non del male ma dell’errore umano. Ma secondo Clerc un modo c’è per risolvere la questione del male così sentita nell’Occidente da minare Dio: il male “non esisterebbe più se Dio fischiasse la fine della creazione richiamando a sé ogni cosa creata”. Niente creazione, niente più male se il Dio personale e vivente smettesse di continuare a creare il mondo, cosa che però svuoterebbe la dottrina paolina, per salvare la quale e giustificare Dio due pensatori cristiani come Leibniz e Schopenhauer ricorrevano a teorie alternative: quello sostenendo che “in un’infinità di mondi possibili quello effettivamente esistente è il migliore”, avendo Dio ridotto al minimo il male e fatto il meglio; questo supponendo che “se il mondo fosse leggermente più cattivo non potrebbe esistere”, per modo che Clerc può a contrario dedurre che "se il mondo fosse solo un tantino migliore sarebbe risucchiato nell’unità divina”, quella del brahman, che è, essendo il “reale”.
Riecco allora l’oscura unità del reale, valore reso da Clerc attraverso un apologo che funge da parametro costante nella sua complessa costruzione teoretica: quattro persone cieche incontrano un elefante che toccano chi nella proboscide, chi in una zampa, chi in un orecchio e chi nella coda, immaginando ognuno che si tratti di una canna ruvida, di una colonna, di un ventilabro e di una fune, non sapendo quindi che si tratta di un elefante intero. L’apologo richiama il mito platonico della caverna ed è assunto da Clerc per dimostrare l’elusività del reale e precisare la distinzione tra assoluto e relativo, “elefante intero” ed “elefante in frammenti”, concludendo che il primo è il corrispettivo della divinità, metafora cioè della parete nord, del Dio della meditazione “da cui sono risucchiati mistici, filosofi, poeti, artisti”, e il secondo la parete sud, il portato della preghiera nelle chiese, il Dio cristiano che per Möller “gli uomini hanno smascherato come invenzione”.
Möller non concede nulla né alla fede né tantomeno al misticismo e vede nel credo solo fanatismo. Per lui il mitologema della cipolla caro all’induismo può essere visto al contrario: è vero che sbucciando non si arriva al nocciolo, bensì al niente della cipolla (che è l’ātman, il reale), ma è un niente rivelatore della natura stessa di ogni religione. La quale è una trappola, giacché con “l’esorcismo del battesimo” si entra a far parte non solo della comunità dei fedeli ma anche della cerchia dei contribuenti, giusto che in Germania ogni cittadino è tenuto per obbligo a finanziare la chiesa cattolica o quella protestante: può rifiutarsi ma in questo caso cessa di essere un fedele, finendo per essere visto in sospetto se anche celebra il Natale.
Secondo i dati forniti da Möller crescono sempre più nell’Occidente quanti voltano le spalle alla Chiesa, tendenza che nota anche Clerc, per il quale però il Dio personale viene allontanato perché considerato umano, troppo umano. Per lui l’uomo occidentale va verso il nord del misticismo, facendo come il re dell’Indostan che realizzò l’ātman e divenne un saggio.