sabato 23 gennaio 2021

Lockdown, una multa salutare

 


Procedendo alla guida della mia auto a passo d’uomo sono stato fermato a una rotatoria da una pattuglia della polizia che ho immaginato impegnata nel controllo degli automobilisti legittimati a circolare in deroga al lockdown. Ho pensato se la mia autocertificazione potesse reggere e lì per lì mi sono chiesto se mi trovavo in una zona dove ci fosse una farmacia, mentre vedevo decine di macchine transitare in ogni direzione. Un agente non giovanissimo con la mascherina mi ha indicato un punto discosto dove fermarmi e mi ha raggiunto chiedendomi i documenti. 
L’ho guardato confuso, con l’autocertificazione in mano, tenuta peraltro sempre pronta e già compilata insieme con una decina di copie uguali, con la sola data da aggiungere e la ben credibile motivazione del bisogno di una confezione di Oki contro il mio terribile mal di denti che non mi dava tregua né di giorno né di notte e perciò mi autorizzava a mettermi in macchina a tutte le ore. Ho stentato a trovare il libretto di circolazione e la patente e porgendoli all’agente troneggiante dietro il finestrino abbassato mi sono sentito dire che ero in contravvenzione perché stavo parlando al telefono quando mi aspettavo piuttosto di essere accusato di aver violato le misure anti Covid. 
Come colto di sorpresa, ho avuto il tempo di pensare che avrei pagato un torto minore prima di ingaggiare con l’agente un battibecco surreale, io a dire che avevo il telefono in mano ma non parlavo e lui a ricordarmi che anche tenere il telefono distrae dalla guida; io a ribattere che procedevo a dieci chilometri orari e lui a osservare che un incidente anche grave si può avere a qualsiasi velocità; io a insistere che al massimo ci saremmo fatti un danno di cinque euro e lui a stabilire che contano per legge le modalità, cosa che ha ripetuto più volte ma che non ho ben capito. Discussione grottesca e di altri tempi invero, resa paradossale dal fatto che entrambi avevamo una mascherina in faccia. 
Alla fine con i miei documenti si è diretto verso l’auto di servizio e poco dopo, sceso dalla mia, mi sono avvicinato in attesa, finché L’agente mi ha fatto cenno, affacciandosi dal portello posteriore alzato il cui ripiano interno al portabagagli usava come scrittoio, di avvicinarmi chiedendomi se avessi dichiarazioni da fare. 
«Mi fa dunque una multa per aver usato il telefonino mentre qui c’è una popolazione che non può usare la macchina?» protestai. 
«Le risulta forse che con la pandemia si può parlare al telefono in macchina?» fece l’agente senza alzare la testa e con la calma più serafica. «E poi, vuole che fermiamo tutti? Fermiamo lei perché è il solo a parlare al cellulare.» 
«Non mi ha chiesto nemmeno l’autocertificazione! Potrei trovarmi a dover pagare una multa molto più pesante.» 
«Vuole firmare?» chiese guardandomi senza espressione. 
Firmai e presi la mia copia andando via con un “Buon lavoro” di saluto che voleva essere una contestazione ironica del loro cattivo lavoro. In macchina avvertii una strana sensazione, ben diversa da quella furiosa tante volte sperimentata a ogni contravvenzione ricevuta: di tranquillità, meglio ancora di normalità. Mi sembrò, in una forma di straniamento temporale, di aver vissuto un evento eccezionale, che riportandomi indietro nel passato mi instillava un senso di ordinarietà perduta, restituendomi a una condizione non più mia, né dell’agente di polizia né oggi di alcun altro. E mi sono sentito bene, come confortato e sollevato, non credendo che fosse così benefico riassaporare un momento di quella normalità che solo un anno fa non aveva alcun significato reale, mancando l’attuale forma di eccezionalità. 
Sul sedile accanto ho riposto il verbale accanto alla mia autocertificazione e li ho guardati come fossero due specchi: da attraversare uno per andare nel futuro e l’altro nel passato. Con una incontenibile attrazione per questo.